THE OLD FLESH OF NURAGA

Carne vecchia e carne nuova

Il sonno dei morti non andrebbe disturbato – specialmente se si tratta di faraoni. Ne era convinto Sir Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, che attribuì la morte di George Edward Stanhope Molyneux Herbert, V Conte di Carnarvon, a una maledizione scagliata dai sacerdoti del faraone Tutankhamon per proteggere dall’avidità dei predoni la tomba del giovane sovrano, morto a soli diciotto anni. È il 4 novembre 1922 – qualche mese prima della prima della morte del conte – quando un operaio egiziano vede emergere dalle sabbie un singolo gradino, indizio della presenza di una sepoltura. La speranza è che sia rimasta nascosta e inviolata per millenni. Il 29 novembre, l’archeologo Howard Carter, finanziato proprio da Lord Carnarvon, riesce a entrare nella tomba, la cui camera funeraria viene però aperta solo diversi mesi dopo, il 16 febbraio. Ed ecco che il 5 aprile il V Conte di Carnarvon muore, e inizia il mito: la “maledizione di Tutankhamon” diventa ghiotto materiale per la stampa dell’epoca. La verità, in effetti, non sarebbe stata sufficientemente appassionante per i lettori. Herbert era stato semplicemente punto in viso da una zanzara e si era tagliato con il rasoio in corrispondenza della puntura: ne seguirono una sepsi e una polmonite che stroncarono il conte a soli cinquantasette anni. Altre vittime illustri della presunta maledizione sarebbero il Principe Ali Kamel Fahmy Bey d’Egitto, ucciso con un colpo di pistola dalla moglie nel 1923; Sir Lee Stack, governatore del Sudan, assassinato al Cairo nel 1924; Arthur Mace, membro della spedizione guidata da Carter, morto avvelenato con l’arsenico nel 1928; il segretario di Carter, Richard Bethell, soffocato nel suo letto nel 1929; e, infine, il padre dell’archeologo, morto suicida nel 1930. Howard Carter visse fino a sessantaquattro anni e morì nel suo appartamento londinese nel 1939 a causa di un linfoma di Hodgkin, ma la chiara spiegazione medica a nulla valse per la stampa, che colse l’occasione per rilanciare la leggenda della maledizione del faraone – che oggi, senza ombra di dubbio, avrebbe trovato ampio riscontro nei meandri più oscuri di Reddit e 4chan, non sfigurando accanto alle fantasiosi transvestigazioni sul sesso biologico di Brigitte Macron e Michelle Obama e alle teorie del complotto che puntualmente vedono come colpevole di qualsiasi cosa l’imprenditore novantaseienne George Soros.

Ma, in fin dei conti, cos’è il passato, se non un racconto creato dai vivi e più o meno basato su fatti? È questo il tema al centro di The Old Flesh of Nuraga, terzo videogioco prodotto dal trio torinese di Studio Ortica dopo gli ottimi Loan Shark (uscito nell’agosto 2025) e Birds Watching (pubblicato appena pochi mesi fa, il 6 marzo). Il modello produttivo dello studio è sorprendentemente snello, con cicli produttivi di pochi mesi ed esperienze che si attestano intorno all’ora di durata. Merito del focus dedicato a poche meccaniche chiave: in questo caso, la ricerca e la pulizia di tesori tra le sabbie di Nuraga, terra immaginaria che nasconde i segreti del passato dei Nuri. Le premesse narrative sono semplici: la protagonista di questo horror psicologico in prima persona è una giovane apprendista scriba in viaggio con il nonno per recarsi a una sagra. Solo che il toro Addu ha la bella idea di tirare le cuoia nel deserto, proprio nei pressi di una rovina, ed è nostro compito prenderci cura del nonno e trovare un modo per arrivare alla sagra. Saremo una brava nipotina, o decideremo di fare di testa nostra? 

The Old Flesh of Nuraga si avvale di una scrittura eccelsa di dialoghi e descrizioni dei reperti per sorreggere una-due ore di gioco (a seconda del finale, e i finali sono quattro in tutto) in un crescendo di eventi intessuti in maniera magistrale, tutti giocati sul rapporto tra generazioni diverse e sui racconti che noi esseri umani facciamo sul passato. Perché il passato è un costrutto, uno strumento di potere, una narrazione che gli uomini utilizzano per gli scopi più svariati. E che condiziona ognuno di noi, senza eccezioni. Catalizzatori di questa costruzione sono, in The Old Flesh of Nuraga, i reperti che la protagonista trova grazie alla campana incantata del nonno, che tintinna ogni volta che rinviene qualcosa sotto la sabbia. Inizia così una breve sessione di pulizia dell’artefatto ritrovato (o della patata del deserto: il cibo è un tema fondamentale, in The Old Flesh of Nuraga), da riportare al nonno per sbloccare nuove linee di dialogo e avanzare nella storia, in cui le nostre scelte avranno un ruolo determinante per sbloccare i vari finali a disposizione.

Il legame tra il passato di una famiglia e il passato di una comunità è già stato esplorato con esiti interessanti (e sempre con contorni horror) nell’eccellente The Excavation of Hob’s Barrow (2022), di Cloak and Dagger Games. La protagonista è, anche qui, una giovane donna: ci troviamo nell’Inghilterra di epoca vittoriana, e Thomasina Bateman sta scrivendo un libro sui tumuli funerari. Giunta nel piccolo villaggio di Bewlay, si muove nelle orme di suo padre e si ritrova invischiata in una vicenda fatta di leggende popolari, strane coincidenze e misoginia. Perché agli abitanti non sta bene che una donna indossi i pantaloni e vada in giro a fare strane domande.  

L’intreccio tra passato familiare e passato comunitario è essenziale anche in The Old Flesh of Nuraga. Così come è essenziale che qui e in The Excavation of Hob’s Barrow le protagoniste siano due donne all’interno di società dall’impronta fortemente patriarcale. Alcune delle opzioni di dialogo più interessanti in The Old Flesh of Nuraga non possono essere selezionate dal giocatore – o meglio, possono essere scelte, sì, ma la protagonista non esprimerà i suoi pensieri a voce alta. La protagonista vorrebbe davvero dire al nonno che si è trasferita nel tempio per il suo apprendistato da scriba perché a casa non riusciva a studiare, pressata dalle continue richieste del nonno stesso, suo unico parente rimasto in vita, ma non lo fa per paura di ferirlo. Mentre i due sono intrappolati nel deserto, l’anziano non fa altro che sminuire gli sforzi della giovane e prende perfino in giro il toro morto di fatica, e non esita a tenere per sé la zuppa preparata con una singola patata trovata dalla nipote. The Old Flesh of Nuraga parla (anche) della lenta erosione di una donna intrappolata nel lavoro di cura di un familiare, tema rappresentato soprattutto dalla preparazione del cibo: un punto di contatto evidente con un’altra produzione italiana uscita appena pochi giorni fa, ossia FEED IT di Games On A Chair.

L’archeologia improvvisata della giovane non proietta gli oggetti rinvenuti in uno spazio museale. Ogni frammento del passato contribuisce a ricostruire una trama che si sviluppa in maniera dinamica, a seconda degli oggetti ritrovati e delle scelte compiute in momenti chiave di The Old Flesh of Nuraga. Di più non andrebbe detto, perché una produzione così tanto incentrata sul racconto dovrebbe essere vissuta, a mio avviso, sapendone il meno possibile. Grazie a un focus chiaro sui temi trattati e, soprattutto, a una meccanica semplice ed efficace, Studio Ortica riesce a creare quello che è – puramente e semplicemente – uno dei videogiochi più appassionanti e meglio scritti mai prodotti in Italia. E fa riflettere sul nostro rapporto con il passato, mettendo in guardia da chi vede nel tempo che fu una mitica età dell’oro. Possiamo fidarci della nostalgia? E quale rapporto dovrebbero avere le nuove generazioni nei confronti delle vecchie? È impossibile non entrare in sintonia con la tensione continua vissuta dalla protagonista, intrappolata tra attaccamento familiare e possibile distacco dalla matrice che ha dato la vita, tra le “spalle pesanti” del lavoro di cura e la possibile leggerezza della libertà. Solo che ogni scelta ha delle conseguenze, e liberarsi dal peso schiacciante del passato non è così semplice. Un applauso a Studio Ortica per avere portato in scena la complessità con un’eleganza del tutto fuori dal comune. 

Fate attenzione a ciò che il deserto nasconde.

Pubblicato il: 06/09/2026

Provato su: PC Windows

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