FEED IT

Giuditta e Oloferne

La stanza ha le pareti dipinte di nero ed è decorata soltanto con un letto matrimoniale. Le immagini di alcuni quadri compaiono sui muri e si tingono di rosso sangue, mentre una voce di donna ripete senza pause la deposizione di una giovanissima pittrice diciannovenne, pronunciate in un altro luogo e in un altro tempo, il 18 marzo 1612, nel corso di un processo che si concluse in una condanna per “sverginamento”. Anche se si parla puntualmente del “processo per stupro” che vide imputato Agostino Tassi contro Artemisia Gentileschi, la realtà giudiziaria è ben diversa: Tassi venne condannato per “sverginamento”, appunto, e accusato dal padre dell’artista con una querela indirizzata a Papa Paolo V non per la violenza carnale in sé, ma perché Tassi aveva convinto la famiglia Gentileschi che avrebbe poi sposato la giovane. È la storia del “matrimonio riparatore”, che fino alla legge 442 del 1981 permetteva di estinguere il reato di violenza sessuale se lo stupratore decideva di sposare la vittima. Era così anche nella Roma del 1612, solo che c’era un problema: Agostino Tassi era già sposato. E oltre a un gran numero di invasive visite ginecologiche davanti a un notaio per provare la violenza, Gentileschi fu persino costretta a subire un interrogatorio sotto tortura, e neppure in quella occasione ritrattò le sue dichiarazioni, ripetute all’infinito dalla voce registrata di un’attrice in quella stanza nera del Palazzo Ducale di Genova – il tutto mentre nel bookshop poco distante si vendevano gadget con frasi del suo stupratore e un libro di Pietrangelo Buttafuoco dal titolo “La notte tu mi fai impazzire. Gesta erotiche di Agostino Tassi, pittore” (pubblicato da Skira nel 2017). Manco a dirlo, il volume romanticizza – e mica poco – i crimini di Tassi. Leggere per credere, se ne avete il coraggio. 

La stanza nera e il bookshop facevano parte della mostra “Artemisia Gentileschi. Coraggio e passione”, di certo una delle più discusse in Italia negli ultimi anni, tenutasi tra il novembre 2023 e l’aprile 2024 a Genova. Ricordo ancora la lettera aperta contro la spettacolarizzazione dello stupro della pittrice che venne pubblicata sul quotidiano Il Manifesto. E non era tutto qui: perché qualsiasi cosa, nella mostra, ruotava intorno alla violenza subita da Gentileschi, come se quella fosse il primo motore immobile di ogni minuto dettaglio della vita della pittrice, e ogni pennellata e ogni quadro di certo dovessero e potessero essere spiegati alla luce dello stupro – o almeno, così sembrava pensare la curatela della mostra. Ed ecco che il culmine ideale del percorso doveva essere, per forza di cose, “Giuditta che decapita Oloferne” (1620), il maestoso olio su tela conservato agli Uffizi di Firenze che raffigura l’eroina biblica mentre decapita il generale nemico Oloferne con l’aiuto di un’ancella. Su questo dipinto, Roland Barthes scriveva delle due: “Non sembrano due lavoranti sul punto di sgozzare un porco?”.

A tutto questo ho pensato trovandomi davanti una nuova versione di quel dipinto – e l’ho scoperta vagando in una casa all’interno di un videogioco. Chissà, forse anche il team anconetano di Games On A Chair ama leggere Barthes. Perché qui il porco viene sgozzato per davvero, e la citazione a Gentileschi è evidente sia nella composizione, sia nei colori utilizzati. Solo che Giuditta viene sostituita da quello che è il nostro avatar per parte del gioco: una ragazza con un vestito giallo, lo stesso colore dell’abito che Giuditta sembra fare attenzione a non macchiare mentre decapita Oloferne. C’è anche un’altra figura ad assisterla, ma mi trovo nel primo atto del gioco e non la riconosco – non ancora. Sotto le loro mani si trova il collo del gigantesco maiale antropomorfo che siede sul divano del salotto di casa, e da cui sto disperatamente cercando di allontanarmi. Ma la casa si espande e si contrae come vuole, e il maiale è sempre e comunque vicinissimo, anche se io cammino e cammino e cammino. Guardo il dipinto e mi chiedo se quello sarà il finale di FEED IT

L’estetica sporca e grezza della prima PlayStation ha permesso agli sviluppatori di fare grandi cose in ambito horror – tanto che in molti stanno ritornando al passato. Per esigenze produttive e di budget, certo, ma anche perché quella specifica estetica riesce a raccontare in maniera magnifica gli abissi e gli orrori più sordidi e nascosti dell’animo umano. È successo di recente con il fenomeno Mouthwashing, tanto per fare un nome illustre. E qui si apre la storia (sempre attuale) di come le limitazioni produttive possono costruire un design e un prodotto efficace. Games On A Chair è un piccolo team guidato da Matteo Ucci (Founder e Creative Director) e Giorgia Possanzini (co-creatrice di FEED IT, Story Developer e consulente psicologica) che ha lavorato a FEED IT per circa un anno. Per sei mesi, il progetto ha fatto parte di Quickload, acceleratore torinese promosso dalle OGR di Torino che seleziona ogni anno sei startup videoludiche promettenti.

FEED IT ha dimensioni contenute: la mia prima partita è durata circa un’ora e mezza e ha coperto tutti e tre gli atti del gioco. I finali sono multipli e dal menu iniziale è possibile scegliere atto per atto, opzione utile se si vuole rigiocare soltanto una parte specifica. La presenza del maiale antropomorfo, però, è una costante. FEED IT si apre all’interno del salotto di una casa qualunque, mentre il maiale apostrofa in maniera violenta la protagonista e le chiede di portarle del cibo. I piatti già pronti sono sparsi in giro: nel frigo, sul ripiano della cucina (aspetta, c’è anche una mannaia...), accanto al telefono, sul letto matrimoniale. Non importa quanto facciamo mangiare il maiale: ha sempre fame. Ma anche lo stomaco della protagonista brontola, e allora potremmo decidere di mangiare anche noi, mentre continuiamo a esplorare questo spazio domestico distorto e labirintico, pieno di corridoi lunghissimi e di armadi lungo le pareti, con cibo sepolto perfino nei vasi di terriccio dove vorremmo mettere a dimora le piante ma evidentemente non ne abbiamo il tempo, perché le richieste del maiale sono continue, soffocanti, e viene pure il sospetto che riesca a controllare i nostri movimenti, in qualche modo. Il tema del cibo resta centrale in tutta l’esperienza, e non svelerò qui tutte le metafore create dal suo utilizzo ludico, con un’evoluzione interessante che lascia spazio alle decisioni del giocatore (e anche ad alcuni momenti assolutamente rivoltanti). La versione che ho avuto occasione di provare presentava alcuni bug che mi hanno costretta a rigiocare alcune sezioni, ma la brevità dell’esperienza in sé ha fatto sì che queste problematiche occasionali non avessero ripercussioni concrete sulla qualità dell’esperienza complessiva. Peraltro, certi bug a me piacciono pure – tipo quando sono finita in un abisso mentre stavo fuggendo dal mio capo-maiale inferocito. Mi sono goduta un attimo di silenzio quando è cessata la musica martellante dell’inseguimento, ed è stato un po’ come morire dopo una lunga sofferenza: una discreta consolazione. Ma non sono mai morta, quindi non prendetemi come una fonte attendibile.

Ogni atto di FEED IT è ambientato in luoghi riconducibili alla quotidianità (la casa, l’officina...) su cui va in scena lo stesso copione di sopraffazione. Ed è un fatto interessante, perché c’è una gerarchia perfino nelle disgrazie: se di violenza sulle donne in Italia più o meno si parla (spesso male, sempre troppo poco), degli orrori del capolarato e degli abusi sul lavoro più in generale si sa poco o niente. Ricordo ancora la storia di Satnam Singh, bracciante indiano che lavorava nell’Agro Pontino. Il 17 giugno 2024, nel pomeriggio, un macchinario tranciò il braccio destro di Singh: il suo datore di lavoro lo abbandonò sul ciglio della strada insieme all’arto amputato – non prima di aver requisito i telefoni cellulari dell’uomo e della sua compagna. Singh morì trentasei ore dopo, e il proprietario dell’azienda agricola è stato condannato pochi giorni fa dalla Corte d’Assise del Tribunale di Latina a sedici anni di carcere per omicidio volontario. È stato uno dei pochi momenti in cui si è gettata una luce sugli orrori che avvengono ogni giorno nelle nostre campagne. 

Attraversando i corridoi dell’officina alla ricerca di cibo per il mio capo-maiale, ho avuto spazio per pensare a quanto poco parliamo di chi porta i pomodori sulle nostre tavole. E di come. Poi ho avuto l’acuto sospetto di essere il maiale di qualcun altro: l’ingranaggio di un sistema di sopraffazione più grande, mantenuto al suo posto da tante piccole rotelle che girano e girano e girano, e se sei più in basso allora sei quello che finisce schiacciato. I miei finali, in FEED IT, non sono stati trionfali come la vittoria di Giuditta su Oloferne: la ragazza che impugna con decisione la spada e si tiene distante dal generale morente e dal suo sangue, come a non voler macchiare quell’abito giallo, bellissimo, di cui non a caso si è rimboccata le maniche. FEED IT è rivoltante come sono rivoltanti i meccanismi che governano la piramide del capitalismo globale, e alla cui base c’è la sopraffazione del più forte sul più debole; FEED IT è un maiale che ti guarda fisso negli occhi e ti dice che senza di lui tu non esisti. Nella drammatica coazione a ripetere promossa dalle sue strutture ludiche, il gioco sembra proporre alcune possibili risposte. Non le anticiperò qui: spero che andrete alla loro ricerca. 

Pubblicato il: 23/08/2026

Provato su: PC Windows

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