CELESTIAL RETURN
Il cyberpunk delle origini
Io e il cyberpunk abbiamo iniziato a litigare qualche tempo fa. Ci ho scritto un articolo intero sulla faccenda: il problema di quello che è senza ombra di dubbio il mio sottogenere preferito della fantascienza tutta è che si è venduto. O meglio, è stato comprato. Ho passato anni (e non ho mai smesso) imbronciato perché di fronte a Cyberpunk 2077 tutti parlavano dei problemi tecnici mentre io volevo discutere dei suoi giganteschi problemi narrativi e di come la popolarizzazione del genere abbia portato a un suo impoverimento spaventoso. Nella sua odiosissima autobiografia, Elon Musk ha raccontato di essere entrato armato negli uffici dello sviluppatore polacco per chiedere di essere inserito all’interno del gioco, e per me il fatto che uno dei peggiori tecnocrati dell’intera storia umana si sia permesso un capriccio del genere significa una cosa e una cosa soltanto: le lucine al neon, la pioggia costante e gli umani pieni zeppi di protesi cibernetiche sono diventati uno status symbol da vendere al migliore offerente. Il bello del cyberpunk è sempre stata la sua natura riottosa, violenta e anticapitalista, è stato un genere che voleva avvisarci di quello che sarebbe successo se avessimo lasciato campo libero alle corporation. Oggi che viviamo in una realtà per certi versi ancora peggiore di quanto descritta dentro Neuromante, gli scritti di William Gibson hanno perso la loro forza distruttiva e sono diventati estetica pura, l’ombra dell’ombra di loro stessi. Questo non vuol dire che il cyberpunk non abbia mai voluto apparire cool, sia chiaro, ma non ha mai fatto dell’essere figo la sua raison d’être.
Celestial Return, secondo titolo dei turchi Metaphor Games, mi ha attirato inizialmente per il modo in cui sembrava provare a tornare alle origini del cyberpunk. La sua estetica sopra le righe mi ha immediatamente ricordato le vecchie illustrazioni di Doug Anderson che costellavano i manuali di Cyberpunk 2020. Celestial Return è sporco, grezzo, sopra le righe e sembra infischiarsene svergognatamente dell’evoluzione che il genere ha avuto negli ultimi trent’anni. A me questo è piaciuto sin dal primissimo istante. Parliamo di un RPG narrativo che pesca a piene mani da Disco Elysium e Citizen Sleeper, da cui eredita struttura, tono e certe idee di game e narrative design.
La storia è quella di Netherveil City, una città distopica e annegata nello smog in cui si aggirano esseri umani infarciti di impianti cibernetici mentre sullo sfondo si agitano delle corporation potentissime che tengono in pungo la vita politica dell’insediamento. Il protagonista, Howard, è un detective privato in trench a cui viene affidato un caso all’apparenza irrisolvibile: in città sta dilagando un'epidemia di suicidi misteriosi, e la polizia di Netherveil non sembra avere idea sul come sbrogliare la matassa. Il fascino del mondo di Celestial Return sta tutto nel fatto che il cyberpunk distopico spintissimo anni ‘90 viene lacerato da delle intrusioni quasi fantasy, qui incarnate dagli Abstract, che sono delle creature che sembrano provenire da una dimensione parallela e che possono assumere le forme più disparate. Non siamo dalle parti di Shadowrun, che trasportava classi e razze tipiche dei GDR á la D&D nelle ambientazioni tipiche della fantascienza noir, ma la presenza degli Abstract è l’elemento distintivo di questo worldbuilding. Essi fanno paura alla popolazione perché nessuno sa quale sia il loro obiettivo; si limitano a esistere e a influenzare – volutamente o involontariamente – la vita degli umani disperati di Netherveil. Ogni aspetto della narrativa si fonda sul costante scontro asimmetrico tra umani e Abstract, che a volte appaiono come rose parlanti, altre volte come inchiostro senziente, altre volte ancora come penne stilografiche in cerca di vendetta. Nonostante queste intromissioni, però, il tono della scrittura resta sempre grezzo, sporco e punk nel senso più ribelle possibile: Celestial Return parla di un mondo al collasso, in cui le persone comuni sono costrette ad assistere inerti ai giochi di potere delle multinazionali e alle macchinazioni di una classe politica che sembra essere così schifata dalla sporcizia di Netherveil che non si sogna neanche lontanamente di entrarci in contatto diretto.
Questo ritorno al cyberpunk delle origini è stato per me un piccolo toccasana. Era tantissimo tempo che sentivo il bisogno di confrontarmi con un’opera disillusa e arrabbiata come le opere di Bruce Sterling. Certo, è pur vero che Celestial Return fa ancora riferimento a un immaginario più che sorpassato e che non fa nulla per incorporare al proprio interno le suggestioni del presente distopico in cui stiamo vivendo, ma il suo spirito anarchico e ribelle a volte basta per trasformarne i testi in una forma di critica geopolitica quasi universale. Il problema è tutto il resto.
Sì, perché l’economia di Celestial Return è interamente basata sui dadi, che sono al contempo lo strumento principale da utilizzare per risolvere gli skill check imposti dal gioco e la valuta utilizzata a Netherveil. Ciò comporta che ogni lancio rimuova per sempre dal proprio inventario un numero che oscilla tra uno e quattro dadi, ma anche che possano essere scambiati per ottenere oggetti e potenziamenti passivi. È un sistema molto affascinante, perché sulla carta impone al giocatore di compiere scelte sempre ponderate, ma si trasforma molto in fretta in un limite oppressivo. Il gioco comunica sin dall’inizio l’importanza di utilizzarli con parsimonia (anche perché trovarsi sguarniti di fronte a un check implica un fallimento automatico di ogni singola prova di abilità proposta dall’intreccio narrativo), ma questo si rivela un errore gigantesco di game design. Giocare a Celestial Return si trasforma molto in fretta in un esercizio di rinunce continue: il gioco offre pochi strumenti per riempirsi le tasche, e questo trasforma ogni scelta in un peso insostenibile. Ho perso il conto delle situazioni in cui ho rinunciato a usare il carisma di Howard per scucire qualche informazione in più agli NPC che popolano la città solo per paura di trovarmi con l'inventario sfornito nel momento del bisogno.
Non so se questa voleva essere una sagace allusione all’ingiustizia del capitalismo e alla sua tendenza a lasciare alle persone comuni solo qualche briciola per tentare di sopravvivere, ma in ogni caso è una trovata che va in aperta contraddizione allo spirito investigativo della narrativa. La sensazione che ho avuto è che Celestial Return abbia giocato costantemente contro di me, quasi come se volesse evitare che scoprissi troppo delle oscure macchinazioni politiche della città o della natura degli Abstract. Il dramma è che, nonostante abbia cercato di fare più attenzione possibile alle mie finanze, alla fine mi sono ritrovato softlockato nella sezione finale del gioco a causa di un paio di tiri di dado fin troppo sfigati. Come dicevo poco fa, infatti, finire i dadi significa fallire automaticamente ogni check, e credo esistano poche situazioni più frustranti del ritrovarsi senza un dado in tasca di fronte a tre scelte di dialogo che, se fallite, comportano la fine della partita. Trovo francamente inaccettabile che l’unico modo per tirarsi fuori da questo tipo di impasse sia quello di ricaricare un salvataggio vecchio di qualche ora per provare a racimolare qualche dado in più per evitare il ripetersi della situazione, soprattutto in un videogioco che salva automaticamente i progressi e non fa nulla per suggerire dei salvataggi manuali costanti. Volete sapere come è andato a finire la mia prima partita? Ho dovuto ricaricare un vecchio salvataggio manuale fatto quasi per caso che mi ha costretto a ripetere più di due ore di gioco nella speranza di non bloccarmi di nuovo prima dei titoli di coda. Celestial Return, di ore, ne dura una decina.
Insomma, ho amato l’ambientazione, la scrittura e lo stile. Ho apprezzato moltissimo sia il tentativo di rendere omaggio a Disco Elysium e Citizen Sleeper, sia la voglia di distinguersi all’interno di un genere che si sta lentamente popolando di giochi troppo simili tra loro. Il problema è tutto il resto, perché Celestial Return poteva e doveva essere un videogioco migliore, ma si è concentrato troppo sul tono e sulla sua estetica meravigliosa per poi dimenticarsi di rifinire le sue meccaniche ludiche. Avevo proprio voglia che mi piacesse da morire, che fosse un altro di quei videogiochi piccoli così capaci di sorprendermi e di obbligarmi a lasciarmi andare a infinite sbrodolate su quanto certe produzioni indipendenti possano rivelarsi delle piccole perle nascoste nel mare della discoverability di Steam. È finita che ne sono uscito così frustrato che mi sono quasi scordato di tutto il bello che c’è dentro l’opera di Metaphor Games.
Però oh, che bello che è il cyberpunk rabbioso.
Pubblicato il: 21/07/2026
Provato su: PC Windows
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