"L'imitazione è la più sincera forma di ammirazione"

THE CREW MOTORFEST

Sono fermamente convinto del fatto che Forza Horizon sia ad oggi una delle serie più importanti in assoluto per il panorama dei racing arcade. Dopo anni di oscurantismo e progressivo disinteressamento nei confronti delle quattro ruote videoludiche da parte del pubblico (eccezion fatta per i soli titoli simulativi ed e-sportivi), Playground Games è riuscita nella quasi miracolosa impresa di creare una serie capace di impiantare le proprie radici nel mainstream, soprattutto negli Stati Uniti. Forza Horizon 5 è la quintessenza del racing arcade moderno (e se vi ricordate la recensione di Forza Horizon 5 Rally Adventure saprete anche che ho un pessimo rapporto con le sue espansioni), unico vero erede di Out Run prima e Test Drive Unlimited poi, ma ha un “problema”: è esclusiva Xbox, e questo ha tagliato fuori una fetta di pubblico che per svariati motivi non può avvicinarsi al suo ecosistema. È logico quindi che quel pubblico faccia gola ai publisher di tutto il mondo, così come è logico che quei publisher guardino proprio a Forza Horizon per prendere ispirazione. Ho pensato un po’ a tutto questo avviando per la prima volta The Crew Motorfest, conscio del fatto che la serie di Ubisoft non abbia mai brillato per originalità e che anzi abbia scimmiottato le serie racing di riferimento ad ogni sua precedente iterazione.

Questo non è bastato a farmi trattenere un sorriso un po' ironico di fronte alla sequenza introduttiva del gioco.

L’introduzione di Motorfest è una dichiarazione d’intenti eloquente nel suo essere quasi una copia carbone delle atmosfere, della caratterizzazione e dell’estetica di Forza Horizon 5. È stato il primo di tanti campanelli d’allarme, che è stato attenuato da un primo impatto con una struttura di gioco che, quantomeno, sembra voler reclamare una certa unicità. The Crew Motorfest abbandona definitivamente i toni cupi della narrativa del primo capitolo e la lunga strada verso il successo raccontata dal secondo, lo fa abbracciando in pieno il tema del festival celebrativo della car culture di tutto il mondo proprio come Playground Games fa con Forza da anni a questa parte. Ubisoft Ivory Tower ha quindi cambiato ambientazione, che dall’intera estensione degli Stati Uniti ora viene compressa in una singola e splendida isola delle Hawaii completamente percorribile in auto. Il Motorfest che dà il nome al gioco, infatti, è un festival itinerante che prende letteralmente possesso dell’isola tropicale per imbastiere una grande celebrazione dell’automotive e di tutto ciò che ci gira attorno. Con buona pace dei locali, beninteso.

È proprio nell’organizzazione del festival che The Crew Motorfest tenta di mettere in mostra la sua personalità. È una celebrazione delle sottoculture dell’automobile, quindi punta tutto sulle playlist, che altro non sono se non raccolte tematiche di eventi speciali dedicati a vari ambiti dell’automotive. Io ho - ovviamente - iniziato dalla playlist “Made in Japan”, che raccoglieva al suo interno varie tipologie di eventi dedicati a diversi aspetti della car culture nipponica, esplorata nei tanti stili di guida ed elaborazione che la fanno da padrone nel sol levante. È stato bello vedere rappresentate sottoculture come quella delle gare zero-yon o dei kanjozoku affiancate ai più popolari drifting e touge, così come ho apprezzato davvero molto il tentativo di rendere quasi didattiche le gare grazie alle brevi spiegazioni sulle auto più iconiche o sulle tendenze storicamente più in voga. Ci sono playlist dedicate ai fuoristrada, altre alla scoperta della cultura e dei paesaggi delle hawaii, altre legate a doppio filo con realtà moderne dell’influencing come Supercar Blondie e Donut Media, una espressamente dedicata a Wataru Kato e al suo leggendario garage Liberty Walk e altre ancora che si concentrano su singoli brand come Lamborghini e Porsche. È un mischione piuttosto eterogeneo che funziona proprio perché c’è un’evidente “curatela” degli eventi, che si svolgono sempre su porzioni di mappa modellate appositamente per far sì che ognuno di essi possa esprimersi al meglio. 

 Il fatto è che, purtroppo, tutto questo non basta a mascherare gli evidenti problemi del gioco, che vanno fatti necessariamente risalire alla grande confusione che regna sovrana per tutta l’esperienza. Ci sono troppi aspetti di The Crew Motorfest che non hanno giustificazioni e che inficiano - anche pesantemente - il gameplay loop.

In primis credo valga la pena spendere due parole proprio sull’open world e su come Ivory Tower lo ha declinato in questo terzo capitolo della serie, dal momento che si tratta dell’elemento che, francamente, mi ha stupito in negativo più di tutti gli altri. Mi sono bastate poche ore per rendemri conto del fatto che in The Crew Motorfest la struttura a mondo aperto non abbia particolarmente senso di esistere. Di Forza Horizon ho sempre apprezzato da morire il fatto che l’open world fosse un’emanazione diretta della filosofia della serie, da sempre incentrata sulla libertà di movimento e sulla creatività di guida; qui invece si tratta di un inserimento quasi posticcio e forzato in una formula che non ne aveva alcun bisogno. Sì, ci sono delle piccolissime cose da fare in giro come sfide agli autovelox o mini gare di slalom, ma l’impressione è che la O'ahu virtuale di Ivory Tower sia solamente una cartolina appiccicata sullo sfondo e che le sue strade servano quasi esclusivamente ad andare da un punto A ad un punto B, cogliendo magari l’occasione per fare giusto un paio di foto ogni tanto. La sensazione è quella di essere di fronte ad un videogioco arcade simile per struttura degli eventi ad un DiRT 5 infilato però a forza in un open world esteticamente bellissimo ma anche abbastanza soporifero e superfluo. La parola chiave in questo caso credo sia diluito.

Nel caso si fosse interessati esclusivamente al single player, peraltro, il gioco fa di tutto per renderlo il più confusionario possibile. Motorfest si apre con la più classica delle scelte: è possibile mettersi alla guida di un’esotica europea, di una JDM o di una muscle car americana. Sembra, come già detto, il classico punto di partenza verso la composizione di un garage sempre più ricco e ricercato. Ecco, appunto, sembra. Il problema - ed è francamente inspiegabile - è che The Crew Motorfest mette in mostra un nutrito parco auto che non serve quasi a nulla se si gioca in single player (anche se ci sarebbe da aprire una doverosa parentesi sull’enorme quantità di modelli riciclati all’infinito). Ogni evento, infatti, si svolge a bordo di auto predefinite prese in prestito volta per volta, ergo se avete investito 300k sulla vostra Honda NSX e l’avete preparata in maniera tale da renderla un mostro preparatevi a rimanerci davvero male quando scoprirete di poterla utilizzare solo per spostarvi nell’open world. Certo, il comparto multiplayer del gioco tampona la questione, ma questa falsa libertà di approccio è una svista gravissima, in primis perché rende estremamente lineare e noiosa la progressione, e in secundis perché è una completa negazione di una delle feature più apprezzate di quel Forza Horizon a cui Ivory Tower ha guardato così tanto in fase di realizzazione. La formula, quindi, si incrina irrimediabilmente e crolla sotto il peso di una quantità enorme di auto che possono anche non essere mai nemmeno guardate nello showroom per arrivare in fondo. Non basta dare al giocatore la possibilità di partecipare nuovamente con la propria auto preferita agli eventi già conclusi, soprattutto se i premi in palio sono le stesse cifre in denaro della prima volta e gli stessi genericissimi potenziamenti randomici e universali.

Sempre parlando di confusione - poi giuro che smetto - c’è un altro aspetto che proprio non ho mandato giù: se The Crew Motorfest è, per stessa ed ossessiva ammissione dei suoi protagonisti, davvero una celebrazione dell’automobile a 360 gradi allora perché al suo interno sono presenti anche motoscafi, motociclette e aereoplani? Perché perdere tempo dietro alla creazione di eventi (peraltro anche noiosetti data la natura un po’ troppo rozza del sistema di guida applicato a quei veicoli) che il gioco stesso sembra considerare solamente un riempitivo? Non penso che lo capirò mai.

Per il resto The Crew Motorfest può rappresentare un piccolo e godibile guilty pleasure che, se assunto in dosi non troppo massicce nel tempo, potrebbe anche soddisfare i palati meno esigenti o gli orfani di Xbox che non hanno un’alternativa valida ad Horizon. Io mi sono annoiato in fretta, complice anche un sistema di guida a cui ci si adatta abbastanza facilmente ma che mette in mostra più di qualche imprecisione in ogni scenario possibile. Che l’intenzione sia quella di farlo durare anni è abbastanza chiara, eppure mi chiedo se sarà davvero possibile intercettare abbastanza pubblico da far sì che questo possa succedere realmente. Resta il fatto che si tratta senza ombra di dubbio di un passo avanti gigantesco rispetto al mediocre passato della serie, grazie ad un approccio che, per quanto insoddisfacente per tanti motivi, risulta estremamente più raffinato che in passato. Insomma, Ivory Tower sta piano piano cercando di uscire dal pantano (lo chiarisco: per me Sia The Crew che, soprattutto, the Crew 2 sono due videogiochi insufficienti), ed è arrivata a quella che è a mani bassissime la migliore iterazione della serie. Questo, però, non significa che sia abbastanza, e il rischio di farsi veramente male c’è.

2 commenti

Esattamente l'impressione che mi ha dato a caldo e dall'esterno. Grazie mille per la recensione! Probabilmente cascherò nell'acquisto solo con un aggressivissimo sconto tra qualche anno.

In un gioco del genere secondo me devono azzeccare davvero tanto la fisica di guida, che sia divertente (anche) alla lunga... invece sempre un po' così

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