FORZA HORIZON 6
Con il Fuji come stella polare
Dal momento che il mio lavoro è quello di scrivere opinioni non richieste sui videogiochi su cui metto le mani, credo che molti possano essere convinti che la mia infatuazione per il Giappone derivi proprio da questo. La verità è che la prima volta che ho desiderato ardentemente visitare il sol levante è stato di fronte ai titoli di coda di Fast and Furious: Tokyo Drift. Il modo in cui i petrolhead giapponesi hanno declinato la cultura dell’automobile è unico, diversissimo da qualsiasi interpretazione occidentale, e il richiamo che ho sentito tanti anni fa di fronte a quello schermo è stato fortissimo. Non me lo dimenticherò mai il giorno in cui, molti anni dopo, mi sono ritrovato sul sedile del passeggero di un'auto diretta verso il raduno di Daikoku: mentre mi accingevo a raggiungere uno dei più importanti santuari della cultura automobilistica di tutto il mondo, mi sono perso per più di un’ora a fissare lo skyline di Tokyo trasformarsi davanti ai miei occhi. La linea dell’orizzonte che, all’imbrunire, si spopola lentamente dei palazzi fino ad abbracciare la futuristica baia di Yokohama e il suo meraviglioso Bay Bridge è una delle viste più belle che si possano ammirare in tutto il Giappone. Credetemi.
Gran parte del tempo che ho speso su Forza Horizon 6 l’ho passato a inseguire le sensazioni di quella sera. Playground Games mi ha venduto la promessa di un Giappone digitale completamente a mia disposizione e io ho accolto l’invito con estremo piacere. Dopotutto, sono anni che la community chiede a gran voce un capitolo della serie ambientato ai piedi del monte Fuji e, per quanto sia effettivamente arrivato forse un filo fuori tempo massimo, quella di poter attraversare l’arcipelago a bordo di bolidi incredibili è una fantasia che mi ha attirato con una certa insistenza. Oggi, dopo aver esplorato in lungo e in largo il Giappone preso d’assalto dal festival Horizon confezionato da Playground, devo dire che la mia ricerca è stata più che fruttuosa. All’interno di questo sesto capitolo ho ritrovato tutte le suggestioni tipiche di quella che è diventata una delle serie più importanti di casa Xbox: una mappa gigantesca (e mai così densa prima d’ora) e centinaia di auto di ogni tipologia, incorniciate da una componente grafica semplicemente mozzafiato. Sul serio, se in fase di anteprima Forza Horizon 6 mi aveva lasciato più di un dubbio sulla sua resa a schermo, ora devo ammettere che, sia su console che su PC, è in assoluto uno dei videogiochi più impressionanti di questa generazione.
Alcuni dicono che gran parte del successo di un racing game arcade derivi dalla sua ambientazione. Effettivamente, la Bayview di Need for Speed Underground 2 ce l’ho praticamente incisa sulla cornea, così come la wangan di Tokyo Xtreme Racer e i meravigliosi scenari che facevano da sfondo a Out Run 2006. Forza Horizon 6 non è da meno. La realizzazione del Giappone che fa da sfondo a questo capitolo è assolutamente splendida. È anche molto furba, perché nel 2026 siamo ormai sommersi di contenuti che ci hanno venduto i ciliegi in fiore e la neve dell’Hokkaido come zenit dell’estetica orientale, ma la riproduzione in scala dell’arcipelago di Playground nasconde un’infinità di tesori e scorci mozzafiato. Ho passato decisamente più tempo ad ammirare lo sfondo a bocca aperta che con gli occhi fissati sulla strada, e non voglio che pensiate in alcun modo che questo possa essere effettivamente un problema: il lavoro fatto sugli ambienti è in assoluto uno dei più grandi pregi di Horizon 6, che mai prima d’ora aveva posto così tanta enfasi sul contesto rispetto al cuore del suo gameplay.
Una delle mie hot take più controverse è che sono profondamente convinto che quando Yu Suzuki ha firmato il primo Out Run si immaginava un videogioco del tutto simile a Forza Horizon, e questa iterazione in salsa di soia ha rafforzato ancora di più questo mio pensiero. Il filo rosso che collega i due giochi è più che mai evidente ogni volta che si mettono le quattro ruote sull’asfalto e ci si lancia all’esplorazione della mappa, passando quasi senza soluzione di continuità dall’area urbana di Tokyo dominata dai palazzi e dalla silhouette della Tokyo Tower alle capanne di Shirakawa-Go, o dai monti innevati dell’Hokkaido alle foreste di bambù del Kansai. Impostando il Fuji come mia personale stella polare ho falcidiato una quantità vergognosa di risaie, di alberi sommersi dalla neve e di alberi di sakura in fiore, rivivendo di continuo l’eccitazione che ho provato quella notte sulla Wangan in direzione Daikoku. Tutto questo vale eccome il prezzo del biglietto, su questo non ho alcun dubbio.
L’elemento caratterizzante di Forza Horizon 6 è proprio il Giappone in cui si ambienta, talmente bello e ingombrante da essere capace di far dimenticare che quello in questione è prima di tutto un racing game. Playground questo lo sapeva bene, tant’è che la maggior parte delle novità sono legate principalmente all’aspetto più “turistico” della sua produzione. Oggi che Tokyo, Kyoto e Osaka sono state immolate sull’altare dell’overtourism, Forza Horizon tenta di capitalizzare sull’ossessione del mondo nei confronti del Giappone proponendo una forma di esplorazione digitale delle sue principali attrazioni che eviti di dover fare a spallate con i nugoli di americani urlanti che infestano lo Shibuya Crossing e il santuario di Hakone per trecentosessantacinque giorni l’anno. Il risultato è magistrale, al punto che passando per le strade di Akihabara mi è sembrato di sentire addosso l’inconfondibile puzzo di fritto della sede principale di GoGo Curry che sta di fianco alla Taito Hey.
Sì, ma come si guida? La risposta è che per tutto quello che concerne il gameplay duro e puro Forza Horizon 6 è (purtroppo o per fortuna) quasi indistinguibile da Forza Horizon 5. Che non è di per sé un male, dopotutto sul capitolo messicano ho investito più di trecento ore della mia esistenza tra le varie piattaforme, però un pelo di rinnovamento non mi sarebbe affatto dispiaciuto. Sapete come si dice, no? Squadra che vince non si cambia. Finché non stufa, aggiungerei. Con questo non voglio dire che Horizon 6 sia stata un’esperienza tediosa, tutt’altro, ma è pur vero che in questo senso si sarebbe potuto fare un pelo di più. La verità è che dei cambiamenti alla formula super rodata degli ultimi due capitoli sono stati apportati, ma nel complesso incidono poco sul feeling generale. In primis va segnalato che è stato ridotto il peso della randomicità sulla progressione, dal momento che i giri di ruota sono decisamente meno centrali nell'esperienza, quasi del tutto sostituiti da una meccanica decisamente più interessante che prevede la possibilità di incappare per strada in auto messe in vendita dai loro ex proprietari. È una dinamica che premia l’esplorazione e che valorizza maggiormente sia la curiosità che la valuta di gioco guadagnata vincendo le decine di gare proposte nel corso della campagna, e personalmente l’ho apprezzata tantissimo.
Per quanto riguarda il ritorno del sistema dei braccialetti che caratterizzava i primissimi capitoli della serie (sostanzialmente dei traguardi che una volta raggiunti sbloccano nuovi eventi in giro per la mappa), devo ammettere che hanno un impatto minimo sul senso di progressione generale: di base al giocatore viene richiesto di comportarsi esattamente come in Horizon 4 e 5, solo che lo sblocco degli eventi più avanzati è legato all’accumulo di punti derivante dagli eventi ufficiali del festival.
Insomma, non è Gran Turismo 4, ma non è detto che sia un male. Se non vi annichilisce l’idea di reiterare per ore il loop per cui bisogna continuare a sfondare cartelloni pubblicitari, polverizzare mascotte del festival e correre per guadagnare soldi da investire per comprare nuove auto con cui ripetere il ciclo, allora Forza Horizon 6 sarà il vostro personalissimo buco nero pronto a inghiottire il vostro tempo libero da qui a qualche mese. A questo aggiungeteci il fatto che, come sempre, gli eventi principali del festival sono una figata incredibile che vi porteranno a fare sessioni di slalom gigante sulla neve a bordo di una Peugeot da rally o a correre contro un gigantesco mech umanoide (!!!), e il gioco è fatto.
C’è, però, un elemento che mi ha fatto molto storcere il naso, ovvero la pochissima cura con cui Playground Games si è occupata della cultura automobilistica giapponese. Non parlo del parco auto, che è nutritissimo e trabocca di chicche splendide capaci di far sorridere qualsiasi essere umano ossessionato dalle quattro ruote come il sottoscritto, ma proprio di quel lato narrativo che la serie ha sempre avuto e che qui è stato messo in secondo piano. Se da un lato ho apprezzato tantissimo l’introduzione dei raduni nelle zone famose per ospitare adunanze di auto incredibili nelle lunghe notti nipponiche (come, per l’appunto, il già pluricitato parcheggio di Daikoku), quindi location in cui è possibile parcheggiare e ammirare i veicoli degli altri giocatori connessi, va anche detto che l’aspetto più deficitario del lotto sono proprio le Storie Horizon.
Il quinto capitolo faceva un lavoro meraviglioso nel raccontare pezzi di storia dell’automotive messicana, come gli approfondimenti sul Maggiolino Volkswagen o sulla Carrera Panamericana; Forza Horizon 6 ha invece mancato l’enorme opportunità di confrontarsi con la miriade di sottoculture dell’automotive giapponese, preferendo lasciare spazio alla sua anima più turistica. La campagna è infatti divisa in due, con il festival da un lato e quello che è a tutti gli effetti un diario di viaggio (chiamato Discover Japan) in cui appuntarsi tutte le attrazioni principali visitate nelle varie regioni.
In Forza Horizon 6, e credetemi che mi duole dirlo perché era l’aspetto che più speravo di poter ritrovare all’interno del gioco, si parla pochissimo delle auto, della loro storia e del loro impatto sulla società del paese. Ci sono giusto un paio di timidi riferimenti a Initial D e qualche micro ammiccamento a modelli storici come la Honda City, ma nulla che riesca anche solo lontanamente a catturare quel meraviglioso sottobosco che è l’automotive del sol levante. Non ci sono riferimenti alle gesta dei pirati della Wangan, non si parla della storia di tutti quei piloti che hanno fatto dei passi di montagna la loro seconda casa (cosa che stride tantissimo con il fatto che siano stati introdotti percorsi iconici come il passo del monte Haruna), né tantomeno un approfondimento, anche piccolissimo, sul mondo delle kei car.
Quel poco che c’è è relegato a dei brevi dialoghi che vengono innescati quando si incappa in una delle auto storiche abbandonate nei fienili in giro per la mappa, che però nascondono spesso e volentieri auto esotiche e lontane dall’automotive autoctona. A questo si aggiunge il fatto che la formula delle gare è sostanzialmente quella di sempre, con la sola aggiunta dei touge, che però sono nei fatti solo una sorta di reskin delle corse clandestine svolte però in montagna. Manca del tutto una tematizzazione unica degli eventi di questo tipo, e questo rappresenta per me un peccato enorme commesso da questa nuova iterazione della serie, anche perché l’espansione Rally Adventure del 5 in questo senso aveva fatto un lavoro magistrale e facilmente replicabile.
Le storie secondarie di Forza Horizon 6 sono quasi del tutto incentrate sull’esplorazione del paese, al punto che si tratta in gran parte di piccoli eventi in cui si deve guidare in convoglio dietro a una guida turistica che illustra le meraviglie della regione in cui ci si trova. Intendiamoci, la playlist di Visit Japan è eccezionale nel modo in cui riesce a raccontare i vari tesori del paese che troppo spesso vengono ignorati dai turisti che affollano la golden route, ma è anche tremendamente ripetitiva nell’esecuzione. Alla fine è una questione di gusto personale: mi rendo conto di pormi un po’ come quello col mignolino alzato pronto a storcere il naso di fronte a qualsiasi cosa trovi fuori posto, ma per me si trattava di un aspetto cruciale di questa produzione, e faccio fatica a credere che certi aspetti li abbia approfonditi meglio The Crew: Motorfest rispetto a quello che doveva rappresentare apparentemente il non plus ultra di un certo modo di intendere l’automobile. Quel tipo di cura e attenzione le ho ritrovate più nella splendida selezione fatta nella creazione della colonna sonora, capace di raggruppare un’enorme quantità di chicche perfettamente adattate al contesto nipponico delle mie scorribande. Ogni radio include infatti una generosissima dose di artisti giapponesi appartenente ai generi più svariati, dal “kawaii metal” delle Babymetal all’hip-hop ruvido di Miyachi, passando per le voci di Ado e dei Creepy Nuts. Il fiore all’occhiello è però l’inclusione di ben due tracce della Yellow Magic Orchestra: il momento in cui ho seminato il panico tra le risaie a bordo di una RX-7 con Rydeen a palla nello stereo me lo porterò per sempre nel cuore.
Insomma, Forza Horizon 6 è senza ombra di dubbio uno dei videogiochi migliori di questo 2026, anche al di fuori del suo genere di appartenenza, capace come pochi di dare vita a un’ambientazione quanto mai realistica e tangibile. Ciò di cui aveva veramente bisogno era una tematizzazione molto più concreta delle gare e di certi aspetti secondari, oltre che di una rielaborazione più corposa di una formula che, per quanto trovi ancora godibilissima, comincia a risultare un po’ troppo stantia. A giudicare sarà il pubblico, come sempre, ma credo proprio sia arrivato il momento di ripensare il concetto di Forza Horizon per evitare di reiterare all’infinito una struttura che ha già detto gran parte di ciò che aveva da dire.
Ora, però, vogliate scusarmi: ho davanti a me ancora qualche settimana di fuoco in cui incenerire qualche milionata di crediti nella customizzazione del mio parco auto per affrontare le sfide che verranno create dalla community internazionale dopo il lancio.
Ci vediamo alle pendici del Fuji.
Pubblicato il: 14/05/2026
Provato su: PC Windows
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