FATAL FRAME II

CRIMSON BUTTERFLY

REMAKE

Makoto Shibata ai fantasmi ci ha sempre creduto. Anzi no, la sua non era una credenza: era proprio certo di averne visti tantissimi, sin da quando era bambino e dalla finestra di casa si trovò a osservare una processione di spettri che si aggirava per le strade della sua città. Terrorizzato da quelle apparizioni inspiegabili, il piccolo Makoto tentava di farsi coraggio filtrando quella realtà così spaventosa attraverso l’obiettivo di una vecchia macchina fotografica rotta regalatagli dal padre. A detta sua, il fatto di frapporre la camera tra i propri occhi e il mondo gli permetteva di mantenere un distacco tale da poter tenere a bada le sue paure. Quando molti anni dopo si trovò di fronte all’opportunità di creare un videogioco tutto suo, non ebbe dubbi: avrebbe parlato proprio di quei fantasmi che avevano costellato vari momenti della sua vita. Project Zero (o Fatal Frame, come venne localizzato in occidente) nacque così, e divenne una sorta di enciclopedia di apparizioni spiritiche a cui Shibata aveva assistito nel corso della sua vita.

Fatal Frame ebbe abbastanza successo da trasformare quel videogioco in una serie diventata nel tempo in un piccolo cult. In un mondo in cui gli appassionati di horror litigavano per decidere se fosse meglio Resident Evil o Silent Hill, Koei Tecmo aveva creato un franchise in grado di parlare direttamente agli appassionati dell’occulto di tutto il mondo. Shibata e il suo team non hanno mai conosciuto i piaceri del mainstream, ma sotto sotto sono convinto che non gli sia mai davvero importato: hanno lavorato per decenni alla creazione di una saga unica nel suo genere, capace di distinguersi dal gran numero di produzioni orrorifiche dell’epoca. A mio avviso però, il vero pregio di Fatal Frame è sempre stata la sua ostinazione nel rimanere fortemente radicato al folklore giapponese, alla stessa maniera di quanto fatto dal cinema di Hideo Nakata e Koji Shiraishi.  

Da ormai qualche anno Koei ha iniziato un lento processo di riscoperta della sua serie horror di punta. Prima è stato il turno del porting di Maiden of Blackwater, poi è arrivata una rimasterizzazione dello sfortunatissimo Mask of the Lunar Eclipse (diretto da nientepopodimeno che Suda 51 in persona, affiancato da Shibata). Sono stati evidentemente dei tentativi di tastare il polso del pubblico per capire se fosse il caso di tornare a investire sulla serie, e il fatto che io sia qui a scrivere del remake di Fatal Frame II: Crimson Butterfly, capitolo universalmente acclamato come il migliore di sempre, dimostra che la risposta è stata molto positiva. 

Cosa significa rimettere mano a un videogioco horror pubblicato originariamente nel 2003? In primis, vuol dire parlare a un pubblico in gran parte molto differente da quello originale. La platea di Fatal Frame II Remake è composta da tantissime persone che approfitteranno di questo rifacimento per entrare in contatto per la prima volta con il capitolo più amato della saga di Shibata. Questo si traduce nel fatto che Team Ninja, che si è occupata del restauro, ha dovuto decidere se seguire una strada più conservativa o se piegare l’opera in maniera tale da farle incontrare i gusti del pubblico moderno.

Ci tengo a esplicitarlo subito: ho apprezzato moltissimo il fatto che si sia scelto di preservare il più possibile lo spirito dell’originale anche a costo di mantenere delle soluzioni che dimostrano ampiamente la loro età anagrafica. Si tratta, dopotutto, del remake di un remake, perché è evidente che il punto di partenza sia stata l’edizione ricostruita da zero per Nintendo Wii, che però è stata rilavorata in maniera tale da includere solo alcune lievi semplificazioni (una su tutte l’abbandono delle telecamere fisse che caratterizzavano il capitolo per PlayStation 2) a una formula che è rimasta pressoché inalterata rispetto al passato. Ciò che ho apprezzato meno, ma è una questione di gusto, è il nuovo look delle gemelle protagoniste, qui declinate secondo un’estetica che le ha rese troppo “bamboline” rispetto al loro look originale.

La storia delle gemelle Mayu e Mio che si perdono in montagna e si ritrovano a vagare tra le stradine del villaggio maledetto di Minakami è sempre quella, e trasuda ancora lo stesso irresistibile fascino orrorifico di vent’anni fa. Minakami è un luogo infausto che è stato teatro di un massacro a sfondo religioso in passato, e ora giace silenzioso nel cuore della foresta circostante. Non si tratta però di un luogo abbandonato, in quanto le sue strade sono infestate dagli spiriti inferociti dei suoi vecchi abitanti che vagano senza meta nella speranza che il tradizionale rituale cremisi venga completato e sigilli l’abisso infernale che ha riversato le sue maledizioni sull’insediamento. Mayu deve difendere Mio e sé stessa dall’assalto degli spettri, potendosi difendere solo utilizzando una misteriosa macchina fotografica – chiamata Camera Obscura – che è in grado di “esorcizzare” gli yurei del posto grazie ai suoi poteri spiritici.

Per come la vedo io è importante che il cuore di Fatal Frame II sia stato mantenuto “puro”, libero dalle bastardizzazioni che hanno caratterizzato alcuni remake degli ultimi anni. Mi sono battuto a lungo (e vi assicuro che non ho alcuna intenzione di smettere) per difendere l’idea secondo cui certe limitazioni tecniche del passato siano state fondamentali per la resa complessiva di molti degli horror diventati iconici: la paura nei videogiochi è un’emozione che nasce anche dalla sensazione di non essere perfettamente in controllo della situazione, si pensi per esempio a quanto “relatable” risulti un personaggio come James Sunderland in Silent Hill 2 proprio in virtù della sua imperizia nel combattimento. 

Il fascino del macchinoso e peculiare sistema di combattimento di Fatal Frame, almeno ai miei occhi, sta proprio nel fatto che l’utilizzo della Camera Obscura è per sua natura estremamente limitato. Nonostante il sistema di controlli sia lo stesso di uno shooter, infatti, si ha sempre la sensazione di essere estremamente più fragili dei nemici. Senza contare che per infliggere una quantità anche solo accettabile di danni si deve necessariamente stare molto vicini alle apparizioni per fotografarle, esponendosi così ai loro attacchi. 

È per questo che la gestione della telecamera e la legnosità di certi movimenti di Fatal Frame II Remake sono state croce e delizia della mia esperienza: da un lato è stato impossibile non litigare con gli aspetti più datati dell’opera, dall’altro sono state fondamentali per mantenere viva la sua atmosfera inquietantissima. Se questo è il vostro primo incontro con la creatura di Makoto Shibata preparatevi a scontrarvi con un titolo che non farà assolutamente nulla per tenervi per mano o per adattarsi alla quality of life offerta da tanti congeneri moderni.

Al netto di questo, però, Fatal Frame II rimane un videogioco preziosissimo per il modo che ha di rapportarsi con l’orrore. È un titolo che flirta pesantemente con le suggestioni del folklore per evocare una paura più subdola e strisciante, che obbliga a trovarsi faccia a faccia con gli spiriti adirati di Minakami per poterli sconfiggere. Il gesto di sollevare la Camera Obscura e mettere a fuoco i fantasmi ostili mantiene, oggi come allora, un significato profondissimo: è il tentativo di esorcizzare il sovrannaturale rendendolo in qualche modo tangibile e riportarlo alla realtà, quasi come se l’unico modo di comprendere gli orrori del villaggio fosse quello di frapporre un filtro tra l’occhio umano e le apparizioni proprio come faceva Shibata da giovane. Fatal Frame II è inoltre un titolo estremamente sensibile nel raccontare la colpa e la sottomissione femminile in Giappone, in maniera analoga a quanto fatto qualche mese fa da Silent Hill f ma in anticipo di più di vent’anni. 

Insomma, il remake di Team Ninja è un’operazione di restauro e preservazione di un videogioco importantissimo, molto più influente sulla corrente dell’horror di quanto non si possa essere portati a pensare, portata avanti rifiutando categoricamente di snaturarlo e mantenendo peraltro lo splendido level design di ventitré anni fa. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dal fatto che si tratti di un'esperienza che può diventare a tratti anche molto frustrante se non si è disposti a compiere uno sforzo non solo di immedesimazione ma anche di adattamento alle sue meccaniche. Al netto di questo, o forse proprio per questo, Fatal Frame II Remake è ancora un videogioco spaventosissimo, di quelli che ti si infilano sottopelle e sembrano voler fare di tutto pur di farti rizzare i peli sulla nuca ogni volta che si muove un passo in uno degli spazi infestati di Minakami. Un piccolo compendio di orrore analogico che si affida al sovrannaturale e al folklore per raccontare una triste storia di dolore – purtroppo – quotidiano.

Pubblicato il: 16/03/2026

Provato su: PC Windows

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