- RECENSIONE -
MEWGENICS
SE AMI I GATTI, MA ANCHE SE LI ODI
Non so quale slancio di bontà avesse attraversato il mio cervello, ma ero abbastanza convinto che Mewgenics fosse un videogioco per gli amanti dei gatti. L’idea si è volatilizzataa circa dieci secondi dall’inizio dell’avventura, quando il perfido dottor Beanies ti fa scegliere due gattini in un gruppo da tre e quello che resta lo trita. Sì, il termine non è iperbolico: lo lascia cadere in una sorta di enorme tritarifiuti che lo fa a pezzi. Ti rassicura dicendo che le sue parti non andranno sprecate, le utilizzerà per i suoi esperimenti. E questo è solo uno dei crudeli sgambetti che Mewgenics ti fa prima che ti abitui a quel putrido e scorrettissimo immaginario. I gatti che accogliamo in casa vengono utilizzati come materiale genetico, come carne da macello o – peggio ancora – come moneta di scambio. Sembra che tutti, in questo mondo pazzo che Edmund McMillen e Tyler Glaiel hanno tirato su, non vedano l’ora di mettere le mani su ogni tipo di felino: cuccioli, adulti, veterani, feriti, mutati. Morti. C’è un mercato per ogni gatto in Mewgenics. Bisogna farsi un po’ la scorza dura. Solo dopo un po’ capisci che pensare che questo sia un videogioco per gli amanti dei gatti è un po’ come pensare che The Binding of Isaac sia un videogioco per chi adora i bambini.
Allo stesso tempo non è nemmeno un’opera per chi odia i gatti (o pupi). La violenza gratuita e la crudeltà insistita fanno parte dell’umorismo, ma sono anche una dimostrazione di affetto perverso. Nel menù iniziale di Mewgenics c’è una voce “miao” che serve solo ad ascoltare innumerevoli versi felini; a volte i nostri gatti miagolano a ritmo delle canzoni di sottofondo (me ne sono accorto dopo una ventina di ore); c’è una folle vena creativa che declina i felini in ogni forma possibile: gatti pistoleri, gatti infernali, gatti maghi, ladri, guerrieri, chierici, negromanti. Giganteschi cumuli di pelo che vogliono divorare gli altri gatti, felini bombaroli, altri funamboli. Centinaia – non lo so, forse migliaia? Non li ho contati – di varianti feline. E questo puoi farlo solo se ami una certa cosa. Mewgenics è così, come McMillen insegna: iconoclasta, provocatorio, spesso e volentieri di cattivo gusto. Se riesci a entrare inquell’ottica, il videogioco ti dà di gomito continuamente facendoti ridacchiare, come farebbe quell’amico impresentabile che fa sempre battute fuori luogo ma che – per uno strano caso del destino – trovi irresistibile.
Qui lo “strano caso del destino" è però molto chiaro: Mewgenics gode di un incastro di sistemi di gameplay semplicemente a prova di bomba. E se finisci vittima del suo incantesimo è difficile tirartene fuori. Quel meccanismo a orologeria proviene direttamente dal cervello di chi questo genere – il roguelite – lo ha reinventato, lo ha reso così amato com’è oggi. E chiaramente è materiale da fuoriclasse.
Mewgenics si gioca in due ambienti: la casa e il mondo esterno. In casa siamo una gattara che alleva felini. Possiamo arredare le stanze, accogliere ogni giorno nuovi gatti, preparare l’ambiente giusto perché si concedano, nella notte, un po’ di divertimento così da rimpinguare le nostre fila. Se sono presenti gatti maschi e femmine nella stanza, c’è una buona possibilità che si accoppino dando vita a un cucciolo che erediterà alcuni dei loro tratti. C’è però anche la possibilità che non si sopportino affatto e che decidano invece di uccidersi a vicenda. Quindi occhio. Ogni gatto ha delle statistiche (classiche: forza, resistenza, intelligenza…) e delle abilità uniche. Già da qui entra in gioco una delle caratteristiche più sorprendenti di Mewgenics: l’immensa varietà e la capacità di mescolarele carte in tavola. È qualcosa a cui si fa caso solo in un secondo momento, quando ci sitrova già con le zampe fuori casa. Inizia qua, però, tra le quattro mura domestiche. Il destino distribuisce le carte ai nostri gatti, e la mano è in parte decisa non appena vengono al mondo.
Quando abbiamo quattro gatti adulti e pronti ad avventurarsi, bisogna decidere quale collare attribuirgli e quindi quale classe assegnare loro. Anche in questo caso le classi sono quelle standard del mondo fantasy: c’è il guerriero, il mago, l’arciere, e poi arrivano il negromante, il ladro e altre ancora. Quando si assegna la classe, stando sempre attenti ad assecondare le capacità naturali dei nostri gattini, si comincia a rimescolare il mazzo della fortuna e a ridistribuire le carte. Alcune delle abilità dei nostri gatti sono lì dalla nascita, altre gli vengono consegnate dopo la scelta della classe.
Questo è il momento cruciale per stabilire il modo in cui affronteremo la partita. Non c’entrano quasi mai solo le statistiche, ma piuttosto una combinazione di fattori. Di nuovo: nelle prime partite questa componente si subisce quasi passivamente, ci si sente vittime della genetica e del caso – che comunque gioca una parte importante in Mewgenics – ma quando si entra nel meccanismo tutto diventa più leggibile. La costruzione diventa più raffinata, e i nostri gatti tirano fuori il loro potenziale inespresso. Questo è il bello e il brutto di Mewgenics: il videogiocatore cresce e comincia a guardare al di là del bel musetto e delle morbide zampine. Diventa un cinico bastardo come il dottor Beanies e comincia a trattare i gatti come una risorsa. È inevitabile: i cuori teneri non sopravvivono in questo mondo.
Scelta la classe, i gatti vengono catapultati nella prima mappa del percorso. Non entrerò troppo nello specifico parlando dei luoghi, perché non ho intenzione di rovinarvi le tante sorprese del videogioco, alcune delle quali arrivano decine di ore dopo l’inizio. Diciamo solo che il vostro gruppo si muoverà su un tabellone che è una sorta di gioco dell’oca, fatto di caselle che rappresentano ognuna un evento casuale, un combattimento o un tesoro. Quello che troverete all’interno delle varie caselle pesca da un pool infinito di possibilità, più profondo di un pozzo nero. Chi ha giocato a The Binding of Isaac può immaginare la sensazione esaltante di iniziare una partita senza sapere mai cosa trovarsi davanti. Chi non ci ha mai giocato magari può intuirlo dai numeri: McMillen ha dichiarato che nel titolo sitrovano 1000 abilità uniche e più di 900 oggetti. Sono cifre che fanno impressione, ma dovete considerare un altro concetto: tutti questi power up interagiscono tra loro, creano combinazioni, sinergie, a volte inaspettate.
È sul campo di battaglia che si esprime al massimo il potenziale di Mewgenics. Mi sono interrogato molto su quanto fosse giusto mettere così tanto del destino della partita nelle mani della fortuna. Il caso gioca una parte fondamentale nelle possibilità di uscire dallo scontro incolumi, senza un orecchio, senza una gamba o morti stecchiti. A volte la combinazione di classe, statistiche, power up e oggetti trovati crea degli schiacciasassi ingrado di vincere da soli. Un po’ come succedeva in The Binding of Isaac, trovare il primo potenziamento giusto condiziona tutto il resto della partita. Scesi in campo, ci si trova davanti un classico GDR a turni su griglia: ogni gatto e ogni nemico agiscono in base alloro valore di iniziativa e possono svolgere diverse azioni prima di passare il turno. Ci si può muovere e attaccare, utilizzare incantesimi, oggetti o armi. A condizionare la buona riuscita dello scontro però non ci sono solo gli attacchi dei nostri gatti, ma anche il modo in cui si utilizzano gli elementi dello scenario. E qui si apre un’altra parentesi immensa.
Mewgenics è uno di quei videogiochi in cui la testa vale più dei muscoli, perché tutti gli elementi interagiscono tra di loro in maniera realistica. Questo spesso ti porta a vincere battaglie in maniera inaspettata, trovando la soluzione intelligente a una situazione disperata. Il tuo gatto sta andando a fuoco perché un avversario ha appiccato un incendio? Puoi sputargli contro per spegnerlo. Il nemico ha i piedi immersi in una pozza d’acqua? Puoi fulminare lui e tutti gli avversari bagnati con un incantesimo elettrico. C’è una pietra che si frappone tra te e il nemico? Se sei abbastanza forte puoi colpirla e catapultarla al massimo della velocità contro la fronte dell’avversario, eliminandolo. Ci sono una miriade di modi in cui far interagire abilità e oggetti con gli elementi dello scenario. Se trovi dei pezzi di carne in una casella, puoi cuocerli con un attacco di fuoco e curarti; se hai con te una pala puoi dissotterrare e lanciare verso il nemico quel cactus che ti sbarra la strada. E chissà quante altre trovate laterali che non ho avuto modo di provare, semplicemente perché non mi sono venute in mente. Da questo punto di vista Mewgenics continua a portare avanti quella parola chiave che fa da sfondo a tutta l’opera: reinventare. Ogni partita è diversa, e non solo per le carte che distribuisce il destino, ma perché l’esperienza sul campo permettedi vedere opportunità laddove prima non riuscivi a scorgerle.
Nel percorso che porta al boss dell’area si trovano negozi in cui è possibile acquistare oggetti, oppure imprevisti che possono avere esiti molto diversi a seconda di uno stat check, un po’ come accadrebbe in una partita di Dungeons & Dragons o in un videogioco che somiglia molto a Mewgenics intitolato Darkest Dungeon. Gli scontri con i boss non sono mai banali (e sono accompagnati da brani cantati che ti entrano in testa e non escono più), e man mano che si scende in profondità nei dungeon si può scegliere se continuare per trovare ricompense sempre migliori oppure voltarsi e tornare a casa per portare al sicuro il bottino di oggetti, cibo e soldi. Nel caso in cui si muoia, si potrà recuperare una di queste tre risorse da un losco figuro che ricicla i cadaveri dei gatti morti. Quest’ultimo si chiama… be’, come il vostro nome utente di Steam. Quindi sì, il traffichino di gatti morti sei tu.
Tornati a casa con successo, invece, inizia un’altra questione: ogni gatto può affrontare un solo viaggio nella sua vita, poi viene pensionato. Se ne torna a casa con le sue ferite, con le sue mutazioni e con le sue abilità. La speranza è che trasmetta i suoi geni eccezionali alle generazioni future, ma prima o poi bisognerà decidere come disporre di questi veterani.
Quando apparirà chiaro che non sono più utili ai nostri crudeli scopi di gattari eugenetici, bisognerà decidere se impiegarli dandoli a chi preferisce gatti esperti, feriti o morti, andando a coltivare i rapporti con i vari personaggi della Contea di Boon e sbloccando nuove stanze, oggetti e classi avanzate. Ecco, è in questo loop studiato alla perfezione che si esprime Mewgenics: alleva, manda all’avventura, torna a casa, impiega i gatti per sbloccare nuove risorse e ricomincia. Una routine irresistibile, spesso spezzata anche da eventi che è difficile anticipare e che non voglio rovinarvi. A un certo punto ho pensato seriamente: “ma questo videogioco finirà mai le idee?”
È una domanda che ti torna in mente ogni volta che sul campo di battaglia succede qualcosa di imprevisto, che con un calcio finisci per scatenare un effetto che non ti aspettavi, che due poteri entrano in sinergia, che un boss fa qualcosa che non aveva mai fatto prima. Che un gatto diventi uno splendido mutante e ti ritrovi a pensare che, tutto sommato, forse McMillen i gatti li ama davvero. Prima di vederli triturati un’altra volta, con più cattiveria di prima, e non puoi che pensare: “ah, me l’ha fatta un’altra volta”.
Forse è la singola cosa che ho pensato di più nelle ore che mi hanno accompagnato – e che mi accompagneranno ancora chissà quanto a lungo – in Mewgenics: me l’hai fatta un’altra volta, McMillen.
Pubblicato il: 19/02/2026
Provato su: PC Windows
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