DOSA DIVAS

Mordi e fuggi

La mia mancanza ha il sapore della pasta al sugo. Da quando è venuta a mancare mia nonna Giulia, questo piatto per me non è più stato lo stesso. Forse era la (considerevole) quantità d’olio extravergine d’oliva che lei utilizzava, o magari una particolare proporzione di aglio e cipolla, o forse, e questa è l’ipotesi che preferisco, era soltanto il suo amore, ma diavolo se quella pasta era speciale. E non l’ho più gustata così. Ogni volta che cucino quella portata simbolo della cucina italiana, non riesco a non pensare a quella donna molisana per cui il buon cibo era la risposta giusta a ogni domanda. 

Anche il team di Outerloop Games sembra pensarla così. Tanto che sia il suo ultimo videogioco, Dosa Divas, che l’opera precedente, ossia quella pazza amalgama speziata che risponde al nome di Thirsty Suitors, sono completamente incentrati sul cibo. All’interno di quest’ultimo, la giovane Jala si trova a combattere contro un esercito formato da ex fidanzati e fidanzate mentre scopre la storia della sua famiglia cucinando piatti tipici Tamil: una svolta assolutamente queer e inaspettata a un genere – quello dei GDR – spesso ancorato a stilemi videoludici triti e ritriti. L’esplosione di colore e di energia di Thirsty Suitors, con i folli volteggi in skateboard di Jala, le ciabattate della sua mamma come arma di sterminio dei nemici e le strette di mano conciliatorie alla fine dei combattimenti contro gli ex, era stata una boccata d’aria fresca per chi aveva deciso di dare una possibilità a questo team coraggioso, ma tutt’altro che inesperto: il game director e co-fondatore dello studio, Chandana Ekanayake, ha quasi trent’anni di lavoro alle spalle nel settore dei videogiochi, e ha lavorato, tra gli altri, a un capolavoro come The Elder Scrolls III: Morrowind.

A due anni e mezzo di distanza dall’uscita di Thirsty Suitors, Outerloop Games decide di fare il bis e di tornare a declinare il GDR in salsa culinaria, e lo fa cambiando completamente i presupposti narrativi e l’ambientazione. Le due sorelle Samara e Amani si riuniscono dopo lungo tempo: la maggiore, Amani, si era allontanata dal ristorante a conduzione familiare e aveva fatto perdere le sue tracce a causa di contrasti con la terza sorella, Lina. E oggi quest’ultima è diventata un’imprenditrice di assoluto successo con una catena di ristoranti tutti suoi. Solo che si tratta di squallidi fast food che vendono cibarie terrificanti, nel tentativo di convincere i clienti che il cibo sia solo una perdita di tempo, una fatica da sostituire con comodi pasti già pronti del brand LinaMeals.  

Capite bene che, almeno sulle prime, Dosa Divas non ha una storia che lascia spazio ad ambiguità morale o a interrogativi affascinanti. Lina sembra semplicemente un’imprenditrice affamata di soldi che vuole schiavizzare la popolazione con turni di lavoro massacranti deprivando il pianeta delle sue risorse e rendendo impossibile procurarsi del cibo diverso da quello venduto da lei stessa. Distopia pura, insomma, e narrativamente una possibile bandiera rossa: come è possibile rendere interessante e avvincente una storia così semplice, così chiaramente colorata di bianco e nero? La risposta la si trova nello svolgimento della trama e nelle sorprese che la famiglia delle tre sorelle riesce a riservare, oltre che nel mistero che avvolge il mecha che accompagna Samara e Amani nelle loro peripezie, Goddess, membro fondamentale del trio sia nelle fasi di esplorazione, sia nei combattimenti.

Su questi ultimi, permettetemi una piccola digressione su un titolo che ha recentemente ricevuto una rimasterizzazione da parte di Nintendo: Super Mario RPG. Perché si tratta di un videogioco che ha fatto scuola nello svecchiare i combattimenti a turni e renderli più dinamici e ingaggianti per il giocatore. Non bisogna soltanto selezionare la mossa da far compiere al personaggio: è altresì necessario premere dei pulsanti con il giusto tempismo per bloccare i colpi degli avversari e potenziare i propri. E, l’anno scorso, Clair Obscur: Expedition 33 ha rifinito questa formula in maniera sopraffina, con una gestione eccezionale delle animazioni e un bilanciamento dei combattimenti volto a incoraggiare (parecchio) gli utenti ad apprendere le tempistiche giuste per migliorare l’efficacia delle mosse di ciascun personaggio. Senza contare che certe battaglie – specie quelle con i boss segreti – non possono essere vinte senza una gestione brillante delle parate. Ecco, Dosa Divas entra in questo filone, anche se non lo fa con gli stessi mezzi di Sandfall Games: un piccolo segno a schermo indica la finestra in cui premere un tasto per potenziare l’attacco o bloccare (almeno parzialmente) il colpo del nemico, ma la mancanza di feedback tattile, audio o visivo ostacola la memorizzazione delle tempistiche, oltre a impoverire l’estetica di un gesto tecnico che dovrebbe risultare gratificante per il giocatore – visto che gli richiede uno sforzo tutt’altro che marginale. 

Questo non vuol dire che nei combattimenti manchino le buone idee, anzi. Le tradizionali affinità elementali proprie di tanti GDR sono sostituite dai sapori: i nemici possono essere deboli a mosse salate o piccanti, ad esempio, e così essere esposti alla rottura della guardia, con una drastica diminuzione dei parametri legati alla loro difesa. L’associazione delle mosse a dei sapori, però, appare del tutto arbitraria: perché il lancio di un wok dovrebbe risultare piccante? Qui si vede un certo difetto di coesione che caratterizza anche altri aspetti di Dosa Divas, che rispetto a Thirsty Suitors spinge di più l’acceleratore sulle battaglie rispetto alle sessioni di cucina. Mentre nel GDR con protagonista Jala i momenti ai fornelli erano di grandissima profondità – essendo associati a rivelazioni fondamentali sulla storia dei genitori della ragazza e della loro famiglia nel complesso – qui la cucina di svolge in un regno parallelo dove il minigioco in sé lascia poco spazio a scampoli narrativi. Ed è un peccato, perché era stata questa associazione a far innamorare perdutamente i giocatori (inclusa la sottoscritta) di Thirsty Suitors.

Tolta la cucina, resta l’esplorazione di aree differenti del mondo, la progressione di livelli e statistiche dei tre personaggi, l’incontro con tanti comprimari (alcuni dei quali portatori di storie toccanti, ma spesso poco più di semplici macchiette) e la raccolta di ingredienti con cui sfamare la popolazione oppressa dalle schifezze di LinaMeals. La ripetitività di fondo c’è e indubbiamente si vede, nonostante lo stile fuori di testa di Outerloop Games, che quanto a gusto estetico non è secondo a nessuno. È una struttura fin troppo semplice per stregare e avvincere, anche perché di storie di megacorporazioni infami con un retrogusto più o meno cyberpunk ne esistono già fin troppe. Fortuna che la versione per Steam Deck funziona a meraviglia. Segnalo – visto che i dialoghi sono una parte tutt’altro che secondaria dell’esperienza – che Dosa Divas non è tradotto in lingua italiana. Va detto che l’inglese utilizzato non presenta bizzarrie o particolari complessità, ma è un dato da tenere in considerazione. 

Il ragionamento del team è evidente: prendere la struttura-base dei GDR videoludici come se fosse un dosa, il piatto indiano che dà nome al gioco. Gli ingredienti sono sempre quelli, ossia acqua, riso e fagioli mungo neri. Le variabili e i condimenti, però, sono infiniti. Dosa Divas aggiunge tanto cuore alla ricetta, ma il risultato è meno originale del previsto. E sono convinta che il tessuto ludico adottato non fosse quello più congeniale a veicolare il messaggio di fratellanza e di attenzione verso l’altro che caratterizza ogni videogioco di Outerloop Games: basta guardare a un capolavoro di storytelling come Venba per capire che, a volte, giocare per sottrazione è la cosa migliore e che non bisogna sentirsi obbligati a tutti i costi a inserire dei combattimenti nei propri videogiochi per intrattenere il pubblico. “Nei momenti buoni e in quelli cattivi, devi mangiare qualcosa”, dicono Samara e Amani a una ragazzina oppressa dal regime a base di piatti pronti di LinaMeals. È proprio vero. 

In questo caso, però, sono rimasta con l’amaro in bocca.

Pubblicato il: 11/04/2026

Provato su: PC Windows

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