RELOOTED
Una notte al museo
“I ‘giornalisti’ mainstream lo ricopriranno di 9 e 10 su 10, perché non sono videogiocatori, sono attivisti, e questo genere di schifezze è perfettamente allineato con le loro politiche estremiste.Gli YouTuber lo faranno a pezzi perché è una schifezza razzista che promuove una ideologica divisiva, razzista e criminale, prodotta soltanto perché persone ricche e stupide adorano fare virtue signalling”
- Commento dell’utente DarkFenix in una pagina di discussione su Relooted su Steam, 9 giugno 2025
Il furto, la depredazione e il traffico illecito di beni culturali sono un crimine, e lo sono innanzitutto perché privano interi popoli di punti di riferimento fondamentali per la loro storia e la loro cultura. Lo sapeva bene l’ISIS (l’auto-proclamato Stato Islamico) quando nel maggio del 2015 distrusse diverse aree dell’inestimabile sito archeologico di Palmira, in Siria, un tempo guidata dalla celeberrima regina Zenobia. Il tempio di Baashamin (risalente al II secolo d.C.), anticamente adibito al culto del dio Mercurio, venne fatto saltare in aria. Stessa sorte toccò al tempio di Bel, di epoca ancora più risalente. Non solo: nei mesi successivi, intere porzioni delle rovine di Palmira potevano essere rintracciate in vendita sul mercato nero internazionale.
Il patrimonio culturale è vittima spesso poco considerata delle guerre, che non fanno soltanto morti umani. A morire per mano della violenza dell’uomo sono anche reperti che rappresentano la storia dei popoli invasi, a ulteriore oltraggio della storia e della memoria delle popolazioni interessate dai conflitti. I rapporti UNESCO di questi anni raccontano della distruzione di decine di luoghi di interesse culturale nei territori palestinesi occupati: siti religiosi, edifici di interesse storico-artistico, moschee, musei, siti archeologici. Una stima della Banca Mondiale riferita a un anno fa (febbraio 2025) ha calcolato che il 53% dei beni culturali della Striscia di Gaza è stato danneggiato o distrutto. Oltre la metà.
La Convenzione UNESCO siglata a Parigi il 14 novembre del 1970 fu la prima a mettere al centro del dibattito mondiale la restituzione di beni culturali trafugati. Il problema è che i patrimoni delle principali istituzioni museali del mondo sono stati formati negli anni in cui il colonialismo delle grandi potenze – che non è mai cessato: è solo diventato più subdolo – era la regola. Sono decenni che Gran Bretagna e Grecia dibattono sulla restituzione dei Marmi del Partenone, capolavoro di Fidia e simbolo, loro malgrado, del British Museum di Londra. Perché loro malgrado? Perché tra il 1801 e il 1812 gli uomini del conte Thomas Bruce di Elgin staccarono statue ed elementi architettonici dei Propilei e dell’Eretteo e li fece trasportare via mare in Gran Bretagna. Il poeta George Byron paragonò il conte a un vandalo. In ogni caso, i marmi vennero acquistati dal governo britannico nel 1816 e collocati in una galleria del British Museum costruita appositamente per ospitarli. Il museo ha organizzato in quella galleria fior fior di eventi mondani sul modello del celebre MET Gala di New York, facendo periodicamente indignare il governo greco. L’accordo per la restituzione appare al momento molto, molto lontano all’orizzonte.
Ma quello dei Marmi di Elgin è soltanto uno di milioni di casi similari, ed è particolarmente eclatante il caso del patrimonio culturale del continente africano, uno dei luoghi storicamente più depredati dal colonialismo, soprattutto europeo. Il Rapporto sulla restituzione del patrimonio culturale africano, commissionato dalla presidenza di Francia e scritto dall’accademico senegalese Felwine Sarr e dalla storica dell’arte francese Bénédicte Savoy e pubblicato nel 2018, segnala un dato impressionante (o, per meglio dire, spaventoso): il 90-95% del patrimonio culturale dei Paesi subsahariani è conservato al di fuori del continente africano. Sarr e Savoy parlano di “distribuzione ineguale” che ha generato dei veri e propri “vuoti di memoria” nelle popolazioni locali: in campo c’è “l’accesso dei giovani africani alla propria cultura, creatività e spiritualità d’altri tempi”. Chi ne beneficia? Le istituzioni culturali occidentali, naturalmente, che custodiscono un patrimonio di elevato valore culturale e anche monetario, capace di attirare milioni di turisti da tutto il mondo, generando un notevole indotto – di cui certamente non godono le popolazioni dei luoghi di cui questi beni sono originari.
È proprio questo il tema trattato da Relooted, videogioco afrofuturista prodotto e autopubblicato da Nyamakop, team sudafricano con sede a Johannesburg. Relooted immagina un mondo futuro in cui le potenze mondiali si sono finalmente accordate sulla spinosa questione delle restituzioni: finalmente i beni culturali africani esposti nei musei occidentali torneranno nei Paesi d’origine. Solo che il trattato riguarda i beni “esposti”, letteralmente: e allora – come si suol dire – fatta la legge e scovato l’inganno, perché i musei intraprendono una vera e propria corsa per rinchiudere nei loro caveaux gli artefatti e così evitare il processo di restituzione. E qui si inseriscono la campionessa di parkour Nomali e i membri della sua crew improvvisata, di cui fanno parte – tra gli altri – un fratellino volenteroso ma imbranato, una professoressa esperta in beni culturali africani, un hacker, ma soprattutto un piccolo drone capace di cambiare del tutto le regole del gioco.
Obiettivo del gruppo è rispondere alle scorrettezze delle istituzioni museali riprendendo ciò che è stato rubato. Nomali è in prima linea: Relooted si traduce in una serie di colpi grossi da pianificare con l’aiuto del drone (capace di mostrare l’interno delle strutture da depredare) e da eseguire correttamente, recuperando gli artefatti – tutti realmente esistenti – ed evitando la cattura. Tra questi troviamo le terrecotte di Djenné, eccezionali per potenza espressiva, recuperate in scavi in larga parte illegali a partire dagli anni Settanta del Novecento in Mali. Ancor più note sono le maschere d’avorio del Benin, trafugate dai britannici dalla camera da letto dell’Oba del Benin nel 1897. E così via.
Relooted dà il suo massimo nella sua anima d’azione – i colpi sono veloci da eseguire e stimolanti da programmare, specie quando diventano più complessi, e nuovi membri si aggiungono al gruppo, ciascuno con le proprie abilità – e nella sua parte culturale. Le storie individuali di Nomali e compagnia non mi hanno particolarmente catturata, ma le discussioni dedicate alla storia degli artefatti (ripeto: tutti realmente esistenti) sono appassionanti e incredibilmente arricchenti. E Relooted è un’opera di certo unica nel panorama videoludica.
Tanto che, come al solito in casi similari, il giudizio è già stato espresso dalle frange più radicalizzate della comunità dei videogiocatori: i forum di estrema destra tuonano fin dall’annuncio del gioco (avvenuto lo scorso giugno) giudicando Relooted “razzista”, “divisivo” e “criminale”, tutti epiteti che non si sognerebbero mai di rivolgere a blasonate e pluridecennali serie di videogiochi puntualmente ambientate in un Medio Oriente più o meno d’immaginazione in cui non si fa altro se non sparare sulle popolazioni locali, sistematicamente bollate con l’epiteto di “terroristi”. Propaganda pura e semplice che funziona perché sistematica e pervasiva, non percepita neanche più come “politica”: a essere percepiti come “politici” sono soltanto videogiochi come Relooted, in cui per una volta al centro ci sono le soggettività e la cultura di persone africane e afrodiscendenti – soggettività che il gamer medio non è abituato a considerare come agenti a tutti gli effetti, anche perché le produzioni mainstream non hanno consuetudine in tal senso.
Tutto splendido, quindi? Non proprio. Relooted soffre per alcune scelte produttive che puntualmente constato nel panorama dei videogiochi (non soltanto piccolissime produzioni, a dire il vero), ma che non comprendo. Un voice acting spesso privo di energia e delle scene d’intermezzo con una regia del tutto obsoleta impediscono alla storia di colpire a fondo come potrebbe, e spesso ammazzano l’entusiasmo che si prova nelle fasi d’azione. Esistono soluzioni artistiche ben più ficcanti – ed economiche, attenzione! – come l’utilizzo di fumetti o comunque di disegni, invece delle solite cutscene viste e riviste girate come se fossimo nell’epoca PlayStation 2. Prendiamo un videogioco indipendente sviluppato da un’unica persona: Artis Impact, uscito la scorsa estate. Ebbene, al di là della (squisita) pixel art delle sequenze di gioco, la narrazione è sempre affidata a sprazzi disegnati in stile fumetto giapponese che conferiscono un’espressività unica a un titolo che altrimenti avrebbe rischiato di essere bollato come il solito JRPG con combattimenti a turni. Le scelte del solo dev Mas hanno invece permesso ad Artis Impact di accumulare migliaia di recensioni positive su Steam – e a breve l’avventura di Akane e di Bot arriverà anche su Nintendo Switch. Questo per dire che da pesanti limitazioni di budget e di manodopera a disposizione possono nascere soluzioni artistiche eccezionali, piene di carattere. Purtroppo, questo non è successo nel caso di Relooted, peraltro frenato da prestazioni non eccezionali su Steam Deck (anche se la situazione è migliorata con una patch immediatamente prima del lancio).
Insomma: più che alla storia di Relooted mi sono appassionata alle storie degli artefatti presenti all’interno del gioco. E direi che questa è una bellissima conquista, per Nyamakop – e penso fosse anche un obiettivo fondamentale per il team. Se non il più importante in assoluto. Le frange più estreme del popolo dell’Internet, dal canto loro, hanno certamente già deciso, come dimostrano le prime recensioni di Relooted apparse su Steam, polarizzate in un senso o nell’altro, e spesso scritte dopo un tempo di gioco molto breve. Dal canto mio, ho apprezzato non poco questa versione di Hitman senza sangue e senza morti, in cui a essere valorizzata è esclusivamente la pulizia nell’esecuzione dei colpi. E il tutto è accessibile anche per chi non è appassionato di videogiochi puzzle platformer: Relooted ha ben quattro livelli di difficoltà disponibili, e può essere giocato serenamente anche da chi è incuriosito dalla tematica trattata, ma non vuole trasformarsi in un impeccabile Robin Hood virtuale. Spero che presti arrivi l’introduzione della lingua italiana per le traduzioni dei testi, visto e considerato che c’è moltissimo da leggere. E ora scusatemi, ma ho un tamburo Ngadji da recuperare. Ah, ce n’è uno al British Museum, casomai aveste dubbi a riguardo.
Pubblicato il: 18/02/2026
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