DARWIN'S PARADOX!
Se la realtà è più assurda della fantasia
La prima volta che ho letto che i polpi sono animali intelligenti, ho aperto il mio cassetto mentale delle curiosità e ho messo l’informazione lì dentro. Che me ne dovevo fare? Al massimo l’avrei tirata fuori in qualche conversazione con gli amici, per fare colpo. Poi c’è stato un periodo in cui questa storia dei polpi era diventata virale e ho cominciato a leggerla ovunque. Da qualche parte ho sentito che sono intelligenti quanto alcuni vertebrati, come gatti e cani. O perfino come un bambino piccolo, un essere umano di tre anni. Così sono andato a vedere un video su YouTube. Sono rimasto per interi minuti con gli occhi incollati allo schermo mentre guardavo uno di questi animali svitare un barattolo – attività che risulta difficile alla maggior parte delle persone che conosco – per prendere un pesce al suo interno. Sì, era vero: i polpi sono veramente intelligenti e quello spettacolo era straordinario.
Gilles Aujard, il game director di Darwin’s Paradox!, deve aver avuto un’esperienza simile. La curiosità, il cassetto, il video, magari anche la considerazione su quanto sia difficile per una persona normale aprire un barattolo ben chiuso e quanto risulti semplice per un cefalopode. L’idea deve essergli penetrata così in profondità che, qualche anno dopo, Aujard ha fatto un sogno: un polpo perso in un mondo iper industrializzato, costretto a utilizzare le sue capacità naturali per sopravvivere. Lo ha raccontato di recente in un’intervista. In quel sogno c’era già ciò che sarebbe diventato il suo videogioco. Non poteva però immaginare il contorno: che lo avrebbe pubblicato Konami e che – per il suo approccio stealth – sarebbe stato presentato facendo l’occhiolino a una delle IP più famose della storia dei videogiochi, ovvero Metal Gear Solid.
C’è una domanda a cui rispondere prima di seguire Darwin (è il nome del cefalopode protagonista) negli abissi e poi nella sua inconsapevole lotta al capitalismo: perché un polpo? La risposta riguarda la sua spiccata capacità di affrontare situazioni complesse trovando soluzioni brillanti. Essi sono infatti esseri minacciati costantemente dall’ambiente, e hanno imparato a difendersi in diversi modi: si mimetizzano, si infilano in spazi stretti, hanno ventose sui tentacoli che permettono loro di arrampicarsi su qualsiasi superficie. Sono i candidati ideali per il videogioco che ZDT Studio aveva in mente: un titolo che unisse stealth, platform e azione. Qualcosa di sorprendente che permettesse di sfruttare tutte le caratteristiche di questo essere vivente talmente strano che, nel 2018, uno studio pubblicato sulla rivista Progress in Biophysics and Molecular Biology teorizzò che avesse origini extraterrestri.
L’ironia del caso è che in Darwin’s Paradox! gli alieni ci sono davvero: sono invasori che hanno preso possesso della parte più industrializzata del pianeta e stanno strizzando l’ambiente fino all’ultima goccia, senza alcun rispetto per gli ecosistemi. Del loro sprezzo per la vita ce ne accorgiamo già all’inizio del gioco, quando, dopo aver decantato le caratteristiche dei polpi e della loro intelligenza, una trasmissione televisiva sottolinea con veemenza quanto sia fantastica la zuppa che se ne ricava. La meraviglia della natura viene messa da parte per il mero consumo, e il nostro Darwin viene catturato, assieme a un altro esemplare della sua specie, per essere destinato proprio alla fabbrica di zuppa. Nelle successive quattro ore circa dovrà attraversare e sabotare tutti i sistemi di questi alieni e, alla fine, ricongiungersi con il suo compagno e tornare nei suoi amati oceani.
Se, da una parte, le caratteristiche uniche e già discusse dei polpi sono state fonte d’ispirazione per ZDT Studio, l'altro grande modello sono stati i videogiochi di Playdead, in particolare Inside. Non è un riferimento semplice a cui guardare: Inside è uno di quei videogiochi che riescono a costruire un mondo credibile e inquietante senza spiegare quasi nulla, affidandosi interamente al level design, al ritmo e alla coerenza delle sue regole interne. Non c’è una singola parola scritta, nemmeno un dialogo. Sono i particolari che costruiscono le sensazioni e rendono quel piccolo capolavoro indimenticabile: il suo senso di oppressione costante, l’incomprensibilità del mondo, il gusto kafkiano per l’ignoto. C’è da scommetterci che Aujard e i suoi se ne siano innamorati. Da un certo punto di vista il loro Darwin’s Paradox! prova a fare qualcosa di simile: un videogioco d’azione a scorrimento laterale, con un protagonista muto, una minaccia che resta sospesa… eppure – senza tanti giri di parole – il risultato non ha lontanamente la stessa forza.
Come il titolo di Playdead, anche Darwin’s Paradox! è un adventure dove tutto sembra calcolato al millimetro per suscitare la sensazione di farcela sempre per il rotto della cuffia. Questo porta inevitabilmente ad alcune parentesi di natura trial and error: provare e riprovare un salto o un inseguimento è ordinaria amministrazione, perché spesso vanno eseguiti alla perfezione. A volte ci vogliono cinque tentativi, altre volte venti. Darwin deve farsi largo in ambienti altamente industrializzati, come fabbriche, caldaie e cantieri. Il suo istinto di sopravvivenza lo guida in prove che lo costringono a sfruttare le capacità straordinarie che la natura gli ha donato al fine di evitare le telecamere montate sulle pareti delle basi. Non sarà uno “Snake”, ma se la cava benone. Buona parte di Darwin’s Paradox! è legata a dinamiche puramente stealth che hanno a che fare con le ronde (ahimè, piuttosto basilari) degli alieni o con i loro sistemi di sicurezza assai rudimentali. A tal proposito ci vengono in aiuto le capacità di mimetizzazione e di offuscamento del tentacolato protagonista, che può sputare palle d’inchiostro da sfruttare per mettere fuori gioco telecamere e sensori.
L’altra natura del gioco è invece quella di titolo d’azione: bisogna superare alcuni ostacoli grazie a salti precisi o all’utilizzo intelligente delle capacità di Darwin di appiccicarsi a ogni superficie. Sono i momenti in cui si palesa maggiormente la frustrazione, con alcuni passaggi che richiedono a volte una precisione anche troppo pignola per il prodotto allegro e spensierato che vorrebbe essere. Ci sono sezioni in cui incastrare i salti e i poteri di Darwin diventa oltremodo tedioso. Qualche tratto in cui il protagonista si infila tra gli ingranaggi dei macchinari e bisogna evitare di essere schiacciati è ben poco indulgente; anche gli inseguimenti con la sua nemesi, un pennuto che si chiama Steven Seagull (sì, il titolo è pieno di giochi di parole simili) a volte indugiano troppo su un perfezionismo esagerato. Con un po’ di pazienza, però, l’esperienza scorre via in maniera blanda, senza troppi scossoni, fino a un finale anch’esso dimenticabile.
In effetti, tutte quelle belle premesse interessanti sui polpi intelligenti, sulla specie che sembra disegnata attorno al concetto stesso di videogioco stealth d’azione, e anche quella vena anticapitalista che c’è all’inizio del racconto, alla fine si traducono in un’avventura che non è affatto brutta, ma che è poco interessante. Difetto che probabilmente la rende persino peggiore che brutta. Al di là di qualche utilizzo intrigante dei poteri di Darwin – sempre con il freno a mano tirato, però – non ci sono veri e propri guizzi creativi. Né a livello di meccaniche, che anzi a volte sorprendono in negativo per la loro eccessiva semplicità, specialmente per quanto riguarda lo stealth, né dal punto di vista narrativo. La spietata allegoria anticapitalista di Inside è lontanissima, ma anche le premesse ironiche che giocavano sulla dicotomia tra il rispetto per le virtù dei polpi e il loro irresistibile gusto in cucina non trovano mai il loro spazio nell’avventura. Restano sulla superficie di una storia comedy nel quale al massimo ti trovi a ridacchiare, e più spesso a subire apaticamente quello che ti scorre davanti agli occhi.
Ciò che mi ha colpito in negativo è proprio questo: da una parte c’è lo spettacolo eccezionale della realtà, ovvero il video di un vero polpo che apre un barattolo dimostrando un’intelligenza rara; dall’altra c’è l’ordinarietà di Darwin’s Paradox!, un’opera di finzione – molto sopra le righe, con alieni, mostri e società distopiche – che alla fine risulta piatta. Con qualche occasionale parentesi di rabbia dovuta alla frustrazione dei momenti più difficili, che lì per lì ho apprezzato poco, ma che sono l’unico vero ricordo che mi porto dietro alla fine dell’avventura. In questo caso il “paradosso di Darwin” non è quello che lo scienziato inglese teorizzò osservando la resilienza degli ecosistemi marini in ambienti privi di nutrienti, quanto piuttosto il fatto che a volte la realtà sa essere molto più sorprendente, originale e assurda di un videogioco.
Pubblicato il: 30/03/2026
Provato su: PlayStation 5
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