TREK TO YOMI - RECENSIONE

Un tributo all'estetica di Kurosawa, un compendio di mitologia shintoista, e un action a scorrimento in cui batte un cuore italiano.

L’aspetto più sorprendente di Trek To Yomi è la costanza con cui esibisce scene potenti ed evocative, lavorando su inquadrature calcolatissime e altrettanto misurati movimenti di camera. Dall’inizio alla fine dell’avventura il team di sviluppo gioca con i panorami e con le prospettive, col senso di profondità e con la composizione, dimostrando un’attenzione maniacale per la regia e la fotografia. Pur senza raggiungere le vette ineguagliate di Inside, l’approccio di Flying Wild Hog mi ha ricordato – ovviamente in tono minore - proprio quello che Playdead ha utilizzato per la sua produzione: l’idea che in ogni momento, in ogni sezione, lo sguardo si debba posare su qualcosa di nuovo, evocativo, scenicamente rilevante. E in fondo è proprio così: se nella prima parte dell’avventura non mancano esplicite citazioni all’estetica di Kurosawa (molto più percepibili di quanto non fossero in Ghost of Tsushima), più avanti Trek to Yomi si trasforma, ci porta in un aldilà cupo e mortifero, alternando così la tensione dei film “di cappa e spada” a sequenze più esoteriche, che si focalizzano sul misticismo e sul folclore giapponese. Ne esce un gioco che non esito a definire raffinato e persino memorabile, almeno per quanto riguarda l’impatto visivo: gli scorci più dirompenti rimangono impressi ben oltre i titoli di coda, anche grazie a una colonna sonora perfettamente accordata all’obiettivo principale della produzione, cioè quello di essere un tributo alla tradizione e alla mitologia nipponica.

È un grande peccato che le armi di Trek To Yomi risultino meno affilate quando invece si arriva all’azione, per via di un sistema di combattimento ripetitivo e non del tutto bilanciato. È chiaro che il team non volesse lavorare a meccaniche troppo stratificate o complesse, probabilmente con l’obiettivo di incuriosire i giocatori meno tecnici (tutto il contrario di Sifu, per intenderci): pochi tasti per le combo e un sistema di parate molto permissivo testimoniano che l’obiettivo non fosse quello di replicare la letalità degli scontri tra samurai, richiedendo la purezza dell’esecuzione e la perseveranza del bushido. Un approccio più morbido, intendiamoci, non è affatto da condannare, se non fosse che la strategia utilizzata per larga parte del gioco è sempre la stessa: frastornare i nemici con un colpo stordente per poi innescare una violenta e spettacolare esecuzione, che non solo neutralizza l’avversario ma permette addirittura al protagonista di recuperare vita. Se nelle prime fasi dell’avventura si poteva insomma pensare a Trek To Yomi come a un titolo basato sul tempismo e sulla gestione degli spazi e delle reazioni, ben presto ci si trova a procedere a testa bassa, falcidiando briganti, redivivi e yokai. 

"Per creare qualcosa, bisogna basarsi sui ricordi"

Akira Kurosawa    

La progressione diventa estremamente monocorde, nelle ultime fasi persino un filo noiosa. La colpa è anche della scarsa varietà di nemici, di animazioni che non riescono a trasmettere una buona fisicità, e di qualche problema di bilanciamento (le armi da tiro, benché abbiano proiettili limitati, sono sinceramente distruttive e in certi casi abbassano drasticamente la tensione durante gli scontri con i boss).

L’esperienza di Trek To Yomi è insomma un’altalena emotiva, che oscilla tra l’esaltazione per la regia con cui viene valorizzato il racconto e il dispiacere per combattimenti che non sono certo insopportabili, ma risultano colpevolmente impalpabili, poco consistenti. Nonostante il sottile dispiacere che arriva dalla componente ludica del gioco, credo che valga la pena dedicare tempo e attenzione alla produzione di Flying Wild Hog. Un po’ perché si tratta di un gioco coraggioso, inflessibile nelle scelte creative, che reclama una sua forte identità: il doppiaggio registrato esclusivamente in giapponese e la scelta del bianco e nero come unica modalità di rendering sono più che un atto di amore nei confronti di Rashomon e Yōjinbō: sono il gesto di coraggio che spesso manca all’industria dei blockbuster, figlio di una grande fiducia nei confronti delle proprie idee e della propria inventiva. Molto piacevole, in fin dei conti, è pure la sottilissima componente esplorativa che resta sottotraccia, pronta ad emergere quando serve. Addentrarsi in aree segrete e zone secondarie, a  volte inaspettatamente estese, permette non solo di recuperare potenziamenti e mosse aggiuntive (veicolando un lieve senso di progressione), ma anche di imbattersi in alcuni oggetti collezionabili, che raccontano qualcosa in più sul folklore del Giappone, sull’origine di miti e leggende, su yokai di ogni tipo, e infine anche sulle misteriosi origini del protagonista. 

Visto che pure questa analisi si muove avanti e indietro, dondolando fra quello che funziona e quello che invece non va, potremmo dire che una cosa che invece manca a Trek To Yomi è la capacità di focalizzarsi sull’essenziale. “Less is more” è un principio che Flying Wild Hog non fa proprio, arrivando nelle ultime fasi a stiracchiare un po’ l’esperienza, e aggiungendo persino una parvenza di scelte morali che definire evanescenti è persino riduttivo. Benché quest’ultima sia una caratteristica tutto sommato innocua – così come innocua è la trama del gioco – forse sarebbe stato meglio un colpo di katana più netto e deciso; una conclusione che rivendicasse, come fa l’estetica del gioco, un approccio più autoriale nella caratterizzazione dei personaggi e del racconto. 

Poco male: alla fine Trek To Yomi lascia il suo segno, non proprio profondo come quello di altri titoli pubblicati da Devolver Digital, ma abbastanza deciso da non svanire. È un omaggio a un certo modo di fare cinema, a certe tematiche, e persino un circoscritto ma sentito approfondimento storico/culturale, che riempirà il cuore di chi stravede per Kurosawa o ama la tradizione nipponica. Al di là di questo è anche un indie soddisfacente: il racconto animato di una discesa agli inferi, e di una rivalsa guidata dall’amore, dall’onore o dalla vendetta.

6 commenti

Messo in evidenza da pekan

Il primo amore non si scorda mai

L’ho iniziato quasi come riempi-buco nell’attesa di un altro gioco, dopo i primi minuti mi aveva gi rapito. Molto carino, e non mi dispiacerebbe affatto un seguito o un gioco simile, magari in un altro scenario

Nonostante i difetti evidenziati, la recensione mi ha fatto venire voglia di recuperarlo. Anche in questo sta la potenza di un testo ben scritto. Aggiungo al (lunghissimo) backlog ;-)

il gameplay ampiamente trascurabile di questo titolo non meritava una recensione cosi bella ...

Recensione raffinata. Devo assolutamente recuperarlo

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