DUSTBORN

Anteprima

Era il 1957 quando Jack Kerouac diede un impulso irresistibile alle narrazioni d’avventura on the road con il suo memorabile romanzo Sulla Strada. “Nulla dietro di me, tutto avanti. È sempre così, sulla strada”, scriveva Kerouac. Cinquant’anni dopo venne La Strada di Cormac McCarthy, in cui tutto era dietro il padre e il suo bambino, e nulla davanti – ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Quello che ci interessa analizzare oggi è un videogioco che abbraccia il tema dell’avventura sulle highway polverose di un’America alternativa del futuro per parlare di ribellione, libertà, amore e amicizia, oltre che del potere creativo (e distruttivo) della parola. 

Dustborn è nelle fasi finali dello sviluppo presso Red Thread Games, studio norvegese assistito per il publishing da Spotlight, etichetta creata nel 2019 da Quantic Dream. A dirla tutta, finora Spotlight non è riuscito a scovare il suo fulmine nella bottiglia: l’avventura narrativa subacquea Under the Waves si è posizionata in coda come l’ennesimo prodotto ludico incentrato sull’elaborazione del lutto, risultando stanca e mai folgorante, al contrario di opere ben più memorabili di simile tenore, come What Remains of Edith Finch o il più recente The Wreck; Lysfanga: The Time Shift Warrior e i suoi combattimenti hack’n’slash non hanno convinto il pubblico, tutt’altro che incantato da una storia pigra e da una progressione delle abilità decisamente banale.

Spotlight by Quantic Dream ci riprova e decide di supportare un videogioco dotato di un cast queer: la protagonista Pax è una ragazza nera; Noam, suo interesse amoroso, è una persona non binaria; la fortissima Sai è affetta da vitiligine. Nelle due ore di durata della prova – ambientata in una fase intermedia del percorso dei protagonisti – ho apprezzato le dinamiche che si venivano a generare con i dialoghi sul piccolo bus che trasporta il gruppo da un luogo all’altro degli Stati Disuniti d’America, oltre che nelle loro performance musicali come presunta band punk-rock (una copertura per tentare di non attirare l’attenzione delle autorità). Pax e soci devono consegnare un pacco misterioso, e per farlo devono viaggiare da Pacifica a Nova Scotia; nel frattempo, avremo modo di conoscere meglio i nostri compagni, compiendo scelte di dialogo e di azione che porteranno a sviluppare i rapporti portandoli potenzialmente in direzioni differenti. 

Tutto molto interessante, ma un tarlo mi è rimasto: il cast è senz’altro queer e variegato, ma il risultato di tutto questo parlare e interagire è un’esasperata centralità della protagonista Pax. Siamo sempre noi a scegliere a chi dare attenzione o chi chiamare in aiuto; gli altri membri del gruppo non sembrano essere personaggi dotati di pari agency, semmai pedine facenti parte di uno schema creato dal giocatore per realizzare quanto di volta in volta necessario per proseguire.

A una grande varietà del cast si accompagna un ventaglio parimenti multiforme di possibilità del gameplay. Alle fasi di esplorazione e risoluzione di enigmi si affiancano quelle di combattimento, frenetiche e connotate dalla presenza di orde di nemici da combattere con la fida mazza di Pax (ha anche un nome: si chiama Pete) e con il potere delle parole. Pax e i suoi compagni sono Anomali, ossia persone dotate del potere di usare le parole come un’arma. Questa abilità può essere usata colpendo ripetutamente i nemici e caricando così la barra apposita. Possiamo bloccare, sfottere, colpire duro gli avversari, e anche effettuare attacchi caricati premendo una determinata sequenza di tasti.

Tutto questo mi ha fatto ripensare a un titolo uscito alla fine dello scorso anno. In Thirsty Suitors la giovane Jala si trovava a combattere contro i suoi ex fidanzati. Le battaglie avevano un carattere decisamente non convenzionale: si trattava di confronti psicodrammatici e catartici, incentrati sulle emozioni dei personaggi coinvolti e su dialoghi volti al confronto e all’elaborazione delle divergenze. Nei momenti di emergenza, si poteva evocare la mamma (!) per chiedere il suo aiuto provvidenziale. In sostanza, a essere queer non era soltanto il cast di personaggi, ma anche l’approccio alle meccaniche di combattimento, con una forte attenzione al messaggio da inviare al giocatore: la violenza non è l’unica risposta possibile in caso di confronto tra parti con interessi e valori diversi. 

Mi sono chiesta, quindi, se la queerness messa in gioco da Red Thread Games fosse più di facciata che reale. Dietro il variegato cast di Dustborn si nascondono meccaniche non certo innovative (analizza gli elementi dell’ambientazione; individua il personaggio più adatto per aiutarti; prendi a mazzate i tuoi nemici; concludiamo il tutto con una sezione musicale à la Guitar Hero per gradire) e anche le dinamiche connesse al potere degli Anomali di controllare la mente delle persone con le parole sono piuttosto inquietanti nel contesto di un prodotto che afferma di abbracciare la diversità. Come constatato nel corso della prova, Pax può impiegare il suo dono per prevaricare non soltanto i nemici, ma anche i suoi stessi alleati: Caretaker, il robot che guida il bus e che sparisce misteriosamente all’inizio della sezione di gioco che ho potuto testare, può essere recuperato e ingannato usando parole specifiche.

Con buona pace per tutti i discorsi sul potere dell’amicizia…

È una contraddizione molto forte. Non solo: il sistema connesso all’ottenimento delle parole risulta indubbiamente male implementato. Usando uno speciale attrezzo, Pax può rintracciare nel mondo di gioco degli Echi, frammenti di conversazioni passate che la aiuteranno ad assemblare nuove parole da impiegare nelle conversazioni e nei combattimenti. Solo che gli Echi sono semplici punti rossi da “catturare” in una breve sequenza interattiva, e non contengono alcun tipo di informazione accessibile al giocatore. È un peccato, perché avrebbero potuto costruire un maggiore contesto racchiudendo dialoghi passati tra le persone che abitavano i luoghi visitati. Senza contare che non si comprende perché un punto rosso fluttuante fornisca alla protagonista dei poteri speciali. Il sospetto è che, come pure altri elementi del gameplay loop di Dustborn, anche questo sia inserito soltanto per creare movimento nell’esperienza ludica, senza un’attenzione al significato dell’esperienza stessa. 

È un peccato, perché Dustborn si presenta in maniera assolutamente impeccabile. A livello visivo, ci troviamo in quello che sembra uno splendido fumetto interattivo, con un design azzeccatissimo di protagonisti e comprimari, tutti ben caratterizzati e meravigliosi da vedere. Lo stesso vale per le ambientazioni, mentre le musiche riescono a risultare coinvolgenti e ben centrate nel contesto di un’avventura di gruppo on the road in un’America distopica. Pax, Noam, Caretaker, Theo, Ziggy e Sai sono un cast bene assortito, e tutto sommato sono curiosa di dare loro una possibilità quando Dustborn farà il suo ingresso sul mercato: la data d’uscita è fissata per il 20 agosto. Le mie prime impressioni non sono state ottime, ma chissà, magari Spotlight by Quantic Dream riuscirà finalmente a fare centro.

Pubblicato il: 24/06/2024

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2 commenti

Visto il focus sulla musica mi sono saltati all'occhio due nomi.
Noam: può essere l'unione dei nomi Noel e Liam Gallagher?
Ziggy: Praticamente certa reference al disco del Davidone
Chissà se ci ho preso, e se anche gli altri fanno riferimento a …Altro...
Visto il focus sulla musica mi sono saltati all'occhio due nomi.
Noam: può essere l'unione dei nomi Noel e Liam Gallagher?
Ziggy: Praticamente certa reference al disco del Davidone
Chissà se ci ho preso, e se anche gli altri fanno riferimento a qualcosa!

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