KINGDOM OF NIGHT

La notte dei morti viventi

È ormai comune dire che certe cose sono così brutte che fanno il giro. Ma che giro fanno, e dove vanno a finire nel nostro immaginario collettivo, di preciso? Ripenso a Le Notti del Terrore (regia di Andrea Bianchi, 1981), uno dei tanti film di serie (decisamente) B che ho scoperto grazie al canale YouTube di Yotobi. C’è un gusto tutto particolare a osservare gli attori maldestramente travestiti da zombie etruschi che invadono una villa e terrorizzano gli uomini e le donne qui riuniti. Memorabile la scena della ragazza che, tramutata in zombie, si pappa tutta contenta un grosso tocco di carne umana, ricoperta di sangue finto che più finto non si può. Per non parlare del finale, in cui un’orda di zombie vestiti di tutto punto da frati stermina gli ultimi sopravvissuti all’interno di un monastero. 

Le Notti del Terrore fa parte di quel filone di “horror zombofilo” che fa capo all’illustre precedente di La Notte dei Morti Viventi (regia di George A. Romero, 1968), una rivoluzione vera e propria nella storia del cinema, e dell’orrore in generale. Un orrore che non viene ambientato in lontani castelli vittoriani o nel (presunto) passato oscuro del Medioevo, ma nelle strade delle città statunitensi, nella quotidianità, nella vita ordinaria della classe media. La Notte dei Morti Viventi fu anche un momento fondante nella riscrittura della figura dello zombie, caposaldo nel folklore voudou haitiano. Se vi va di approfondire l’argomento e conoscete bene il francese, vi consiglio di recuperare il catalogo della mostra Zombis. La mort n’est pas une fin? (Gallimard, 2024), tenutasi a cavallo del 2024 e del 2025 nel Musée du quai Branly – Jacques Chirac di Parigi. È un libro straordinario e scoprirete cose assurde su come gli “zombis” haitiani hanno conquistato il mondo e l’immaginario collettivo.

Gli zombie divennero così grandi protagonisti dei B-movie, produzioni cinematografiche a basso costo che, fra l’altro, hanno fatto la fortuna proprio del sopra citato Yotobi nei primissimi anni di YouTube Italia. Le sue recensioni di pellicole (non soltanto horror) come Sharknado (regia di Anthony C. Ferrante, 2013) o il memorabile Aria Compressa – Soft Air (“soffit eir”, per gli amici: regia di Claudio Masin, 1998) sono ancora oggetto di culto per tanti appassionati. Perché, come dicevo sopra, esistono cose così brutte che fanno il giro, e poi si piazzano in luoghi misteriosi della nostra anima e dell’immaginario collettivo, scatenando un misto di ilarità, nostalgia e disgusto che si trasforma in un sentimento nuovo e complesso: quello che proviamo quando riguardiamo per l’ennesima volta capolavori immortali come Albakiara – Il film (regia di Stefano Salvati, 2008), “la dimostrazione che al peggio non c’è mai limite”, come scrisse Paolo D’Agostini nella sua stroncatura su La Repubblica. 

Se interrogate uno storico del cinema sul declino dei B-movie negli ultimi due decenni, la sua risposta si articolerà sulla chiusura dei piccoli cinema indipendenti, sulla scomparsa dei drive-in negli USA, e sulla correlata ribalta delle piattaforme di streaming che hanno reso serie TV e film un fenomeno sempre più casalingo. Ma negli ultimi anni c’è stato un fenomeno clamoroso che è riuscito a riportare alla ribalta, in un certo qual modo, l’anima dei B-movie, seppur in una forma diversa, particolare, e da certi punti di vista straordinariamente rifinita: parlo della serie televisiva Stranger Things. Collegare un prodotto ad elevato budget come Stranger Things alla variegata galassia dei B-movie può sembrare un paradosso, ma la verità è che la serie ha riproposto, in maniera abbellita e ripulita, tanti dei capisaldi che hanno reso grande l’orrore delle produzioni cinematografiche (soprattutto statunitensi) a basso budget. Non solo: Stranger Things ha riportato alla ribalta gli anni Ottanta, il decennio dell’album musicale più venduto della Storia, Thriller di Michael Jackson (1982). E il videoclip della canzone che diede il titolo a quel disco memorabile fu proprio un omaggio ai B-movie horror dell’epoca, con Jackson nei panni di uno zombie che balla insieme a un gruppo di morti viventi.

Kingdom of Night porta con sé tutto questo bagaglio, e anche di più – e lo fa con consapevolezza e una certa dose di furbizia. Basta guardare i materiali promozionali del gioco e lo stile di scritte e interfacce per capire che si tratta di un prodotto rivolto, innanzitutto, alla stessa audience di Stranger Things. Diamine, è persino stato pubblicato a cavallo dell’uscita dei primi quattro episodi della quinta stagione di Stranger Things, usciti il 27 novembre di quest’anno, mentre Kingdom of Night è stato pubblicato il 2 dicembre. E che dire dell’ambientazione scelta dal piccolo team indipendente Friends of Safety? Una versione immaginaria di Miami, piccola città dell’Arizona (nulla a che vedere con la Miami soleggiata e costiera della Florida), nel 1987, anno in un cui un’orda demoniaca decide che invadere il mondo dei vivi partendo dagli USA rurali è un’idea eccellente, e sta a un gruppo di studentelli cercare di resistere all’inevitabile, prendendo a mazzate quanti più zombie possibili in giro per la città. 

Materia palpitante da B-movie, quindi, trattata con grande consapevolezza dal team di sviluppo. Kingdom of Night è un videogioco di ruolo che sceglie di non adottare un sistema di combattimento a turni in favore dell’immediatezza (e, diciamolo pure, di una certa grossolanità) dell’azione in tempo reale. Il protagonista John, avvalendosi di un sistema di classe, può lanciare incantesimi premendo precise sequenze di tasti o menare fendenti con spade, pugnali o mazze da baseball. È fondamentale padroneggiare la schivata, anche perché gli zombie e i demoni che hanno invaso le strade di Miami picchiano piuttosto duro anche a livello di difficoltà normale (sono presenti in tutto tre livelli di difficoltà selezionabili nel menu delle opzioni). Il sistema di potenziamento è basato sulla raccolta di esperienza – che avviene uccidendo i nemici o completando missioni principali e secondarie – e sui livelli: salendo di livello, si possono sbloccare abilità o potenziamenti dei tre parametri che governano le statistiche di John, rendendolo sempre più efficiente nei combattimenti e aprendo nuove opzioni d’azione e di dialogo. Il rudimentale inventario di John comprende un’arma e degli accessori che forniscono abilità particolari o – più di frequente – modificano le statistiche del protagonista.

Dicevo che Kingdom of Night abbraccia con consapevolezza, e senza paura, lo spirito di tanti B-movie dell’orrore. Il protagonista è uno studente di liceo, e la ragazza di cui è innamorato viene naturalmente rapita dalle forze del demonio. In effetti, lo sport nazionale delle ragazze di Miami sembra essere quello di essere rapite da Satana, in Kingdom of Night. Persino l’estetica, con quella pixel art grezza e rétro, occhieggia a un tempo passato, con valori diversi, videogiochi diversi, vite diverse, tecnologie diverse. La trama è esattamente quella che si può immaginare dopo aver giocato appena mezz’ora di gioco. Fidatevi, non vi sbaglierete. Nessuna sorpresa, nessun sistema metanarrativo, nessun sussulto ludico à la Daniel Mullins. Kingdom of Night è esattamente quello che sembra, dall’inizio alla fine, senza l’intento di mirabolare o cogliere alla sprovvista il giocatore. 

E, come ogni B-movie, Kingdom of Night ha una grande quantità di spigoli. Ritratti mancanti per molti personaggi non giocanti, una progressione non lineare che prende pochissimo per mano il giocatore, e rende accessibile più o meno qualsiasi luogo nella mappa di Miami – garantendo parecchi game over precoci se ci si addentra in aree con nemici di livello molto superiore al nostro – un menu che dire inguardabile è dire poco e un’interfaccia, più in generale, rudimentale e poco curata, con una pessima gestione della parte dedicata alle quest, poco più di un elenco disordinato in cui è impossibile distinguere tra principali e secondarie. Tutto quanto fa parte del prezzo del biglietto. E, incredibilmente, contribuisce al fascino rozzo e sincero del videogioco di Friends of Safety. C’è qualcosa di mistico nel vagare in uno sgangherato supermercato abbandonato di Miami, e nel visitare la villetta devastata dai demoni in cui fino a poche ore prima si stava tenendo uno dei tanti festini degli studenti della scuola di John. Poco lontano, una mamma parla dei liberi costumi della figlia senza nascondere una certa ammirazione. “Alla sua età, non avevo idea di cosa fosse il controllo delle nascite”, dice. “Ed era meglio così!”, abbaia il marito in tutta risposta, stravaccato su un divano al centro del salotto.

Kingdom of Night è un’esperienza caotica, sporca e dispersiva, come se un buco nero supermassivo avesse attirato i B-movie horror statunitensi degli anni Ottanta, tutti insieme, e li avesse risputati fuori in forma interattiva, con le orde di zombie del caso, i Belzebù d’ordinanza, gli zaini sporchi, le mazze da baseball, i quintali di sangue, i riti satanici, le strade zozze degli angoli più dimenticati degli Stati Uniti d’America. L’esperienza ludica creata da Friends of Safety è talmente disordinata da sconfinare in una struttura sandbox che irrimediabilmente spaventerà chi è abituato all’approccio guidato che amo definire “da traccia gialla sul sentiero”: il riferimento è a quel “yellow paint debate” che infervora gli animi degli appassionati di design direzionale negli ambienti ludici, in particolare nei mondi aperti (pensate a Horizon Zero Dawn e capirete immediatamente cosa intendo). Kingdom of Night non ha pittura gialla sparsa in giro e vi fa fare più o meno quel che vuole, con prestazioni eccellenti su Steam Deck, per di più. È una strana bestia, questa, e un videogioco che non pensavo mi avrebbe tenuta attaccata per lunghe sessioni, facendomi poi interrogare sul veloce scorrere del tempo durante le mie partite, e tenendomi impegnata per più di dieci ore. Insomma: eppur si muove, avrebbe sussurrato Galileo Galilei. E non riesci a smettere di giocarlo. Esattamente come non riesco a smettere di guardare quegli scemissimi tornado di squali in Sharknado.

Pubblicato il: 23/12/2025

Provato su: PC Windows

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