PERSONA 3

RELOAD

La rivoluzione scientifica dei sentimenti

Se c’è una cosa che sopporto a fatica è lo scrivere le recensioni dei remake. Mi mandano in confusione totale: di che bisogna parlare? Delle ovvie migliorie tecniche dovute al cambio di engine? Si stila una lista delle differenze tra l’originale e la versione imbellettata per la generazione corrente? Che noia. Persona 3 Reload, però, rappresenta un’ottima opportunità per riflettere sul percorso fatto da un’IP diventata oggi gigantesca all’interno del mercato e, soprattutto, l’occasione perfetta per raccontare un videogioco a mio modo di vedere fondamentale degli anni 2000 che si presenta ora ad un pubblico infinitamente più grande di quello a cui parlava originariamente nel 2006. Lo sanno bene anche Atlus e SEGA: ci sono ottime probabilità che chi si appresta a mettere le mani su Persona 3 Reload abbia scoperto la serie solo con Persona 5, e che quindi il metro di paragone saranno per forza di cose le avventure dei Phantom Thieves of Hearts. Ho deciso quindi di trattare Persona 3 Reload quasi come se fosse una capsula del tempo, uno spiraglio da cui sbirciare nel passato per cercare di capire meglio il presente e il futuro di una serie che si è lentamente presa il mondo e che si trova nella scomodissima posizione di doversi riconfermare al vertice.

Persona 3 è un videogioco unico nel suo genere. Quando Katsura Hashino ne ha rilevato la direzione da Kouji Okada ha impresso in maniera indelebile e ineludibile il proprio marchio sul brand, trasformandolo in qualcosa di più di un semplice spin-off a tema scolastico di Shin Megami Tensei. Quella di Hashino fu una rivoluzione matematico-scientifica in pieno stile, incentrata sulla traduzione in statistiche numeriche dei rapporti umani. La gamification dei sentimenti. Persona 3 è infatti il primo capitolo della serie in cui compaiono i famosissimi “social links”, ovvero tutte quelle statistiche che regolano i rapporti di amicizia tra il protagonista, i suoi compagni di avventura e gli NPC con cui interseca il suo percorso. Persona 3 Reload non ha minimamente intaccato questo sistema, riproponendolo nella stessa identica forma in cui si presentò al pubblico nel 2006. Fa un certo effetto approcciarsi oggi all’antenato del sistema di crescita di Persona 5: Persona 3 infatti ha ancora solamente tre statistiche da far crescere ed equilibrare nel corso delle sue ottanta ore di durata, il che rende oggi un po’ meno strutturata l’esperienza rispetto ai capitoli più moderni.

Del resto Reload non altera in alcun modo la struttura ibrida tra Visual Novel scolastica e dungeon crawler con combattimenti a turni dell’originale. Gli interventi fatti sono legati principalmente alla componente visiva del gioco, che è stato completamente ricreato da zero su Unreal Engine, e alla quality of life, che è stata decisamente migliorata in tanti piccoli aspetti del gioco. Si pensi per esempio al fatto che la meccanica della fatica - che in origine faceva ritirare senza preavviso dal party dei membri troppo stanchi per continuare l’esplorazione - sembra essere stata completamente rimossa, o che in battaglia ora si controlla l’intera squadra e non solo il protagonista.

Siamo più che altro di fronte ad un tentativo molto intelligente di sfruttare l’ondata di popolarità del brand per dare una seconda chance ad uno dei capitoli più coraggiosi della serie (oserei dire finalmente, dati gli infiniti e spesso inutili spin-off dedicati a Persona 5 usciti in questi anni), ma merita di essere riscoperto proprio per questo. Persona 3 è ancora oggi un videogioco strepitoso soprattutto per la schiettezza con cui si approccia ad un tema difficile come la depressione. Certo, la sua narrazione è ovviamente filtrata da un tono da anime adolescenziale, ma fa ancora un certo effetto ritrovarsi al cospetto di un videogioco di questo tipo che decide di mettere al centro della propria narrativa argomenti così maturi e di raccontare - per quanto a modo proprio - il suicidio. All’epoca della sua prima pubblicazione era una scelta estremamente coraggiosa, ma non ha perso un filo della sua forza e della sua efficacia anche a distanza di quasi vent’anni. Il risultato è che Persona 3 Reload è ancora un videogioco estremamente moderno, e per questa sua nuova veste svecchiata nella resa a schermo è impossibile non rendersi conto di quanto soddisfacente siano il suo combat system e la sua progressione.

Certo è che proprio il lifting a cui è stato sottoposto fa emergere in maniera netta certi aspetti un po’arcaici del gioco, che mai come ora dimostra di essere prima di tutto il primo esponente di una formula che è andata a migliorare con costanza nel tempo fino ad oggi. I nuovi modelli 3D e la gestione totalmente rinnovata dell’illuminazione lo hanno trasfigurato del tutto, eppure alla base il Tartarus di Persona 3 è ancora un complesso di dungeon tanto ripetitivo sia nell’estetica che nella sua esplorazione, e le micro aggiunte di questo remake lo rendono solo leggermente più “interattivo” in fase di esplorazione. L’elemento che spicca di più in quanto a vecchiaia, però, è proprio il ritmo della narrazione nelle primissime fasi di gioco: si viene catapultati nella trama di Persona 3 in maniera quasi casuale e passa parecchio tempo prima che il racconto si inneschi come dovrebbe. Quando succede Persona 3 diventa uno spettacolo, ma fino a quel momento non faccio fatica ad immaginare che qualcuno possa annoiarsi al punto di lasciar perdere.

Nonostante tutto mi è stato impossibile non cedere nuovamente al fascino di Persona 3 Reload, alla potenza delle sue tematiche e alle ingenuità che si porta dietro dai tempi in cui venne concepito. Credo sarà lo stesso per tutti i fan di vecchia data, ma penso soprattutto che si tratti di un ottimo punto di partenza per tutti quelli che in questi anni hanno osservato il fandom di Persona esplodere senza mai decidersi a prendere contatto con la serie. Non è forse il capitolo più rappresentativo delle potenzialità della serie, ma è di sicuro la sua iterazione più coraggiosa e probabilmente irripetibile. C’è però un pensiero che non riesco a togliermi dalla testa dalle prime ore della mia esperienza con Persona 3 Reload: sento che sia arrivato davvero il momento per Persona di provare a cambiare strada e tentare di cambiare pelle ancora una volta.

Reload è una splendida operazione di restauro e - in parte - di preservazione, uno spiraglio da cui sbirciare le origini dell’idea di Katsura Hashino e del suo team che ha trasformato in meccaniche di gioco i rapporti umani, però è anche il segnale che sia arrivato il momento di tentare altri approcci. È lampante che sia Persona 4 che Persona 5 abbiano in qualche modo tentato di riciclare certi aspetti della narrativa di Persona 3, tanto che basta veramente poco per rendersi conto di quanto certi personaggi di capitoli diversi finiscano per essere (almeno meccanicamente) quasi del tutto intercambiabili tra loro.

Non ho mai amato il detto secondo il quale “squadra che vince non si cambia” quando viene applicato all’ambito creativo. Ne capisco il senso dal punto di vista del marketing, ma penso che rischi di diventare un guinzaglio che può affossare anche la più intrigante delle idee. Ecco, vorrei che Persona 3 Reload possa rappresentare l’ultimo videogioco di questa seconda fase dell’IP, che ora più che mai vorrei vedere rischiare davvero e allontanarsi dal sentiero tracciato quasi vent’anni fa da quelli che non fatico a identificare come dei visionari. Metaphor: ReFantazio può incarnare quella scintilla di novità che mi auguro possa mantenere viva la creatività di Atlus, ma la verità è che sotto sotto sto sperando in un Persona 6 che riesca davvero a sparigliare le carte in tavola cercando altre ispirazioni senza tradire il concetto alla base della serie. Insomma, i motivi per mettere le mani su Persona 3 Reload sono tantissimi, ora sta a voi trovarne uno e provare ad avvicinarvi a quello che è a conti fatti un vero e proprio videogioco di culto che è tornato al centro del palco in cerca della vostra attenzione.

3 commenti

Domandone, se ci si volesse approcciare alla serie per la prima volta, questo è il punto di partenza adatto? O sarebbe meglio partire dal quinto e più "moderno" capitolo?

Quanti giochi di qualità già in questo primo mese del 2024, e quante serie mi piacerebbe recuperare per la prima volta in questo nuovo anno. Non ho mai giocato uno Yakuza e Infinite Wealth mi stuzzica da matti. Non ho mai giocato un Persona e quest …Altro... Quanti giochi di qualità già in questo primo mese del 2024, e quante serie mi piacerebbe recuperare per la prima volta in questo nuovo anno. Non ho mai giocato uno Yakuza e Infinite Wealth mi stuzzica da matti. Non ho mai giocato un Persona e questo remake mi attira da morire. Confido che qualcuno a breve mi chiamerà dicendomi che ho ereditato una fortuna da un vecchio parente sconosciuto così da non dover lavorare più e avere finalmente il tempo per fare tutto.



Bella recensione come sempre.

info@finalround.it

Privacy Policy
Cookie Policy

FinalRound.it © 2022
RoundTwo S.r.l. Partita Iva: 03905980128