Una formula magica al gusto di mela cotogna

“La cotogna andò a cercare 
fin laggiù nella metropoli 
ma tre anni fu lontano... 
Tornò infine con la mela 
ma trovò il suo funerale”. 

Žute dunje iz Stambola” (“Le gialle cotogne di Istanbul”),  
canzone popolare balcanica tratta da “La cotogna di Istambul” di Paolo Rumiz.

C’è un tempo per la vita e un tempo per la morte, e poi un tempo ancora per il travaso dall’una all’altra. A questa circolarità, temporale, ho pensato lungamente durante le sessioni di gioco di Hades II, il “primo seguito diretto” dei Supergiant. Il titolo, come avete modo di leggere su queste stesse pagine di Final Round e di vedere anche su RoundTwo, ci è particolarmente caro. Eppure la mia curiosità è scaturita non tanto, non solo, dal punteggio raggiunto su Metacritic, sempre molto lusinghiero, quanto dall’impatto che questo seguito ha avuto nel mondo della cultura italiana, e per cultura italiana intendo dire quella dei media, più o meno, classici, quello delle scrittrici e scrittori che pubblicano i libri con le case editrici “grandi” e storiche.  

Come potete immaginare questa roba qui non avviene sempre, anzi quasi mai, in Italia. Sì certo ogni tanto qualcuno se ne accorge, ma di solito è o per fenomeni di stampo, per così dire, sociologico, leggasi Fall Guys, Among Us o Fortnite, oppure per grandi produzioni quali The Last of Us – Part II (tanto per fare un esempio, del “fenomeno” Elden Ring non c’è stato manco mezzo rigo nella stampa e sui media tradizionali). Per ovvie ragioni non cito il fatto che, ancora al giorno oggi, solitamente quando si parla di videogiochi su questi media, è sempre per blandirli, come propulsori di patologie, disagio sociale e psichico e via discorrendo. Tuttavia, non è quello che leggerete oggi, qui. Già perché negli ultimi mesi ben due scrittori “di chiara fama” hanno parlato proprio di Hades II, un gioco che non rientra, mai e poi mai, nelle categorie di epifonemi che ho elencato sopra.  

Sto parlando di Vanni Santori, l’autore tra i tanti(ssimi) libri anche de “La stanza segreta” e di Marina Pierri, che ha poco pubblicato con Einaudi “Gotico salentino”.

Questi due autori non sono di certo nuovi ad incursioni nel mondo del gaming dato che sia Vanni come Marina sono “onestamente” appassionati di giochi e di videogiochi e quindi ne parlano e parlano nello specifico di Hades II con cognizione di causa. La cosa curiosa è il taglio che questi due intellettuali, comunque abituati a dialogare anche con pubblici “altri” rispetto al mondo del gaming, hanno voluto dare per i loro articoli. 

Vanni Santoni ha realizzato un lungo longform che potete recuperare qui che parte da una profonda affezione nei confronti del genere di appartenenza di Hades II, ovvero quello dei roguelike. Santoni analizza il genere fondendo i propri ricordi di giocatore di lunga data, con la freschezza e acutezza della re-intepretazione fornita dai Supergiant con Hades e Hades II, aggiungendo poi alcune frasi molto calde e avvolgenti che affondano le radici nella propria memoria, anche temporale: “Be’, se già la ricerca di qualcosa che valesse Rogue partiva da un sotterraneo desiderio di ritorno all’infanzia, come non provare… Da piccolo, poi, andavo pazzo per i miti greci”.

Marina Pierri invece, nel pezzo pubblicato su Wired si concentra sulla doppia dimensione verticale, il gameplay, e orizzontale, la sceneggiatura, del gioco, analizzando anche, da studiosa di genere, il racconto che Hades I e soprattutto Hades II fa del “femminile” senza dimenticarsi di descrivere bene la propria esperienza di gioco: “Hades è una nuotata nel fiume Stige: l’acqua trascina in avanti ma è piena di gorghi invisibili, e talvolta ci si può aggrappare a un ramoscello pendente per una sosta a riva prima di farsi nuovamente travolgere. Ma è Hades II a finalizzare l’incanto di un abbandono voluttuoso”.

Bene, questi due esempi tratti da autori molto diversi gli uni dagli altri ma entrambi appartenenti ad un concreto gruppo di intellettuali italiani, mi ha fatto riflettere sul perché proprio Hades II abbia spinto questo piccolo ma anche pervicace movimento. Credo che il motivo sia da ricercarsi nel combinato disposto della già citata capacità di questi titoli di re-interpretare in una maniera mai vista i miti greci, quelli con cui, almeno in quello che una volta si chiamava l’Occidente, tutti quanti, volenti o nolenti, siamo entranti in contatto almeno una volta. Tuttavia credo che questo non basti. A suo tempo, tanto per citarne uno su tutti, God of War non ha mosso simili riflessioni. È vero, il primo titolo della serie è uscito nel 2005, quindi vent’anni fa, ma credo che quel tipo di racconto non fosse “quello giusto”. In Hades I e II c’è sì il racconto del mito greco, ma di quello più umbratile e secondario, quello sempre rimasto sullo sfondo, se non proprio nei recessi segreti della tradizione. Anche chi ha studiato al Liceo Classico e magari si è laureato in Lettere come il sottoscritto, è dovuto andare a cercarsi i miti con protagonisti Zagreus o Melinoë, perché la tradizione, ancora adesso, dominante dei “fatti” greci e latini e quello apollinea e luminosa, non quella dionisiaca e notturna. Non a caso Giulia Martino, su queste pagine, nella sua bellissima recensione scrive “Alla mia ottantunesima notte (sono rimasta tanto colpita che me la sono segnata), quando ormai avevo affrontato Ecate decine e decine di volte, Melinoë ha tirato un sospiro davanti alla porta che l’avrebbe condotta dalla sua maestra e ha detto: C’è sempre altro da imparare”.

Ecco perché Pierri o Santoni, e magari anche tanti altri come loro in giro per il mondo appartenenti alla schiera “degli intellettuali riconosciuti”, finiscono per subire il fascino di questi titoli. E questo attraverso una scelta dei protagonisti assolutamente ricercata da parte dei Supergiant, che senza scomodare “i classici eroi” del panthenon greco, hanno optato per quelli secondari o terziari, quelli in ombra, i reietti, i freak delle storie elleniche. Come Melinoë, protagonista del secondo capitolo, che secondo diverse tradizioni/traduzioni (ricordate anche nella gloriosa pagina Facebook Storia e Mitologia) potrebbe derivare dal greco mēlinos (μήλινος), che sta ad indicare il particolare  “colore di mela cotogna", da mēlon (μῆλον), "frutto dell'albero". Questi frutti di colore giallo-verde evocano infatti, per i greci antichi, quel pallore specifico della malattia e della morte. Il nome che deriva da melas, "nero".  

Quindi, con l’inverno alle porte, quale frutto migliore da cogliere se non quello della mela cotogna, colei che resiste ai geli invernali, che sopporta la morte della natura nella vita del proprio sapore e che consegna a noi la propria morte per rinnovare la nostra di vita: Melinoë, la dea delle viscere della terra dal colore della mela cotogna è pronta per noi. La circolarità delle stagioni, il rinnovamento del tempo, l’anno vecchio che perisce e quello nuovo che rinasce. Quante cose stanno dentro ad un roguelike.

In fondo, come ci insegnano i papiri magici greci, la stessa Melinoë è una figura liminale, una dea che abita il confine sottile fra la vita e la morte. La sua presenza, nei vari scritti della tradizione, è come se fosse rarefatta, ma tutte le volte che la s’incontra, è carica di significati, di senso e di potenza rituale: proprio come nella celeberrima “tavoletta magica triangolare”, cara a chi si occupa dei cosiddetti “voces magicae” - “le parole magiche antiche non traducibili”, ovvero delle formule proprie dei papiri magici greci in cui si credeva che la potenza del verbo risiedesse nel suo suono più che nel suo significato. Ebbene proprio in una di queste, la nostra Melinoë viene invocata accanto a Persefone e Leucophryne, due “facce” diverse e complementari del mondo infero e di quello lunare.  

Questa ambigua triplicità, il continuo andare e ritornare fra luce e oscurità, fra nascita e dissoluzione, tra detto e nascosto, è la stessa che Hades II mette in scena attraverso la sua protagonista, trasfigurando il linguaggio della teurgia e della magia in mitologia vivente. Questo roguelike, insomma, è una formula magica al gusto di mela cotogna. 

“Ma, dea, ti supplico, regina di sotterra, 
di far uscire dall'anima la follia verso i confini della terra, 
mostrando agli iniziati il sacro volto benevolo”.  

Inno Orfico 71

A cura di
Mattia Nesto

Pubblicato il: 05/01/2026

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